The bilingual sarcophagus of Mindia Procilla (IG Ravenna 11; IG XIV 2281), chosen among the five Greek inscriptions cited by Pirro Ligorio in the entries ‘Ravenna’ and ‘Ravennatio’ of his alphabetical dictionary of Antichità (Codex Taurinensis 15, ff. 10r-22r), is the paradigmatic starting point for a detailed description of the two entries themselves and the analysis of Ligorio’s methodology concerning epigraphic material. The commentary, both erudite and accessible, arranged by Ligorio for this III century A.D. sarcophagus, which was reused in the XVI century as a horse trough, takes the shape of a second ‘reuse’ of the inscription. The artefact’s third life, literary or pseudoliterary in nature, looks like a very modern piece of storytelling, programmatically composed to bring back to life and to preserve for posterity «la nobiltà delle cose antiche».

A partire da una iscrizione esemplare scelta tra le cinque greche che Pirro Ligorio include nelle voci ‘Ravenna’ e ‘Ravennatio’ del dizionario alfabetico delle Antichità (Codex Taurinensis 15, ff. 10r-22r), ovvero il sarcofago bilingue di Mindia Procilla (IG Ravenna 11; IG XIV 2281), si esaminano la struttura compositiva delle due voci e alcune delle modalità attraverso le quali l’antiquario napoletano è solito includere le iscrizioni nella sua opera. In particolare, l’operazione, insieme dotta e divulgativa, condotta da Ligorio sul sarcofago del III secolo d.C., riutilizzato nel XVI secolo come abbeveratoio per cavalli, si configura come un secondo ‘riutilizzo’ dell’iscrizione che le concede una terza vita, letteraria o pseudoletteraria, in veste di modernissimo pezzo di storytelling ante litteram, programmaticamente composto per far rivivere e consegnare ai posteri «la nobiltà delle cose antiche».

Pirro Ligorio e il sarcofago ravennate bilingue di Mindia Procilla

Alice Bencivenni
2020

Abstract

A partire da una iscrizione esemplare scelta tra le cinque greche che Pirro Ligorio include nelle voci ‘Ravenna’ e ‘Ravennatio’ del dizionario alfabetico delle Antichità (Codex Taurinensis 15, ff. 10r-22r), ovvero il sarcofago bilingue di Mindia Procilla (IG Ravenna 11; IG XIV 2281), si esaminano la struttura compositiva delle due voci e alcune delle modalità attraverso le quali l’antiquario napoletano è solito includere le iscrizioni nella sua opera. In particolare, l’operazione, insieme dotta e divulgativa, condotta da Ligorio sul sarcofago del III secolo d.C., riutilizzato nel XVI secolo come abbeveratoio per cavalli, si configura come un secondo ‘riutilizzo’ dell’iscrizione che le concede una terza vita, letteraria o pseudoletteraria, in veste di modernissimo pezzo di storytelling ante litteram, programmaticamente composto per far rivivere e consegnare ai posteri «la nobiltà delle cose antiche».
La seconda vita delle iscrizioni. E molte altre ancora
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Alice Bencivenni
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