Analisi della rappresentazione mediatica del primo caso caso giudiziario negli anni 1990 relativo ad una denuncia di molestie sessuali sul lavoro e del processo di I e II grado. Sebbene il reato di molestie sessuali sul lavoro di per sé non esistesse e tuttora non esista (si parlerà infatti di "atti di libidine"), il caso della denuncia di 7 donne dipendenti della casa di riposo di Trigolo, piccolo paese in provincia di Crema, contro il direttore costituì un evento di rilievo mediatico e sociale, poiché contribuì ad approfondire la questione della violenza di genere. Nel testo si analizzano i diversi frames utilizzati nei resoconti mediatici locali e nazionali con cui si presenta una vicenda che appare all'inizio avere molti lati oscuri e si limita a creare scandalo locale, ma che che assume progressivamente una valenza politico-sociale di rilievo nazionale. Gran parte della cornice giornalistica locale, sebbene toccata dalla risonanza pubblica della vicenda, appare poco resiliente nell’abbattere le barriere del senso comune e della “credenza” sociale secondo cui le donne dovrebbero sapere come "cavarsi" d'impaccio di fronte ad avances maschili fuori luogo. L’attenzione privilegia il particolare scabroso o l'indulgenza verso l'eventuale "piccola" perversione di un uomo di mezza età che sette donne non hanno “saputo” rimettere al suo posto. Scarsissimo rilievo è dato allo squilibrio di potere fra il dirigente uomo e le infermiere ausiliarie. La taglia pubblica delle lavoratrici – per di più precarie – viene assolutamente dopo le aspettative morali che competono al ruolo femminile. Inoltre, si introduce in modo prevalente l’alea del complotto politico, sostenuto dalla difesa, dal momento che le donne sono supportate nella denuncia dal sindacato. L'esito del primo processo, che assolve il dirigente, conferma tale cornice, che tuttavia sarà rimessa in discussione dalla risonanza critica nazionale e dal rinvio ad un processo di appello che porterà ad una condanna. Il quadro narrativo della cronaca nazionale tende a selezionare l'aspetto polemico di un tema su cui proprio in quegli anni le organizzazioni femminili e persino il parlamento europeo avevano attirato l'attenzione pubblica. La costruzione della violenza di genere sui luoghi di lavoro come problema sociale a cui cercare di fornire risposte adeguate vede nel caso Trigolo una tappa storica importante per le ambivalenze e le contraddizioni che fa emergere: il tentativo della cronaca locale di interpretare le aspettative stereotipate ma anche i segnali di cambiamento, le divergenti argomentazioni degli avvocati e dei giudici, la visibilità pubblica per molti versi nuova ottenuta da soggetti sociali femminili in qualità di giuriste, scrittrici, donne parlamentari, esponenti del movimento femminista.

Il processo e la sua narrazione mediatica

Lalli Pina
2019

Abstract

Analisi della rappresentazione mediatica del primo caso caso giudiziario negli anni 1990 relativo ad una denuncia di molestie sessuali sul lavoro e del processo di I e II grado. Sebbene il reato di molestie sessuali sul lavoro di per sé non esistesse e tuttora non esista (si parlerà infatti di "atti di libidine"), il caso della denuncia di 7 donne dipendenti della casa di riposo di Trigolo, piccolo paese in provincia di Crema, contro il direttore costituì un evento di rilievo mediatico e sociale, poiché contribuì ad approfondire la questione della violenza di genere. Nel testo si analizzano i diversi frames utilizzati nei resoconti mediatici locali e nazionali con cui si presenta una vicenda che appare all'inizio avere molti lati oscuri e si limita a creare scandalo locale, ma che che assume progressivamente una valenza politico-sociale di rilievo nazionale. Gran parte della cornice giornalistica locale, sebbene toccata dalla risonanza pubblica della vicenda, appare poco resiliente nell’abbattere le barriere del senso comune e della “credenza” sociale secondo cui le donne dovrebbero sapere come "cavarsi" d'impaccio di fronte ad avances maschili fuori luogo. L’attenzione privilegia il particolare scabroso o l'indulgenza verso l'eventuale "piccola" perversione di un uomo di mezza età che sette donne non hanno “saputo” rimettere al suo posto. Scarsissimo rilievo è dato allo squilibrio di potere fra il dirigente uomo e le infermiere ausiliarie. La taglia pubblica delle lavoratrici – per di più precarie – viene assolutamente dopo le aspettative morali che competono al ruolo femminile. Inoltre, si introduce in modo prevalente l’alea del complotto politico, sostenuto dalla difesa, dal momento che le donne sono supportate nella denuncia dal sindacato. L'esito del primo processo, che assolve il dirigente, conferma tale cornice, che tuttavia sarà rimessa in discussione dalla risonanza critica nazionale e dal rinvio ad un processo di appello che porterà ad una condanna. Il quadro narrativo della cronaca nazionale tende a selezionare l'aspetto polemico di un tema su cui proprio in quegli anni le organizzazioni femminili e persino il parlamento europeo avevano attirato l'attenzione pubblica. La costruzione della violenza di genere sui luoghi di lavoro come problema sociale a cui cercare di fornire risposte adeguate vede nel caso Trigolo una tappa storica importante per le ambivalenze e le contraddizioni che fa emergere: il tentativo della cronaca locale di interpretare le aspettative stereotipate ma anche i segnali di cambiamento, le divergenti argomentazioni degli avvocati e dei giudici, la visibilità pubblica per molti versi nuova ottenuta da soggetti sociali femminili in qualità di giuriste, scrittrici, donne parlamentari, esponenti del movimento femminista.
Donne al lavoro
249
270
Lalli Pina
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