Il concetto di paesaggio, che in geografia (e non solo) ha avuto e continua ad avere grande rilevanza, offre un notevole campo di riflessione quando incrociato con il concetto di mondo intermedio. Specialmente oggi, in cui l’estrema difficoltà di sviluppare pensieri che tengano conto dell’intreccio complesso di scale dei processi in atto, e nell’insostenibilità ormai conclamata di approcci che continuino a tenere separati i cosiddetti ambiti “scientifico” e “umanistico”, obbliga al ripensamento radicale degli strumenti concettuali. L’ipotesi di fondo su cui poggiano queste note riguarda quel passaggio evolutivo in cui dalla fase di «speciazione» (circa 100 000 anni fa) è avve- nuta la «nascita cognitiva di Homo sapiens». In particolare, si sostiene che il meccanismo coevolutivo genetico e culturale sia stato innescato da un mutamento ambientale, o meglio, dalla risposta ad un cambiamento piuttosto radicale nel paesaggio di riferimento. La rimodulazione conseguente del corredo cognitivo di base ha originato la forma primordiale di ciò che in geografia è stato codificato in età moderna sotto il nome di «situazione geografica», e che attraverso la scissione tra conoscenze e pratiche caratteritica della modernità è stato disarticolato secondo i due livelli analitici qualitativo e quantitativo, quest'ultimo dominio quasi esclusivo della mappa. Il paesaggio, si potrebbe dire, sviluppa invece il lato qualitativo della situazione, rimettendo al centro la questione dell’osservatore, del soggetto, che l’informazione disincarnata della mappa sembra accantonare e rendere pressoché irrilevante, e per questo rivela molteplici fruttuose interferenze con la nozione di «mondo intermedio».

Il paesaggio come mondo intermedio

M. Neve
Writing – Review & Editing
2019

Abstract

Il concetto di paesaggio, che in geografia (e non solo) ha avuto e continua ad avere grande rilevanza, offre un notevole campo di riflessione quando incrociato con il concetto di mondo intermedio. Specialmente oggi, in cui l’estrema difficoltà di sviluppare pensieri che tengano conto dell’intreccio complesso di scale dei processi in atto, e nell’insostenibilità ormai conclamata di approcci che continuino a tenere separati i cosiddetti ambiti “scientifico” e “umanistico”, obbliga al ripensamento radicale degli strumenti concettuali. L’ipotesi di fondo su cui poggiano queste note riguarda quel passaggio evolutivo in cui dalla fase di «speciazione» (circa 100 000 anni fa) è avve- nuta la «nascita cognitiva di Homo sapiens». In particolare, si sostiene che il meccanismo coevolutivo genetico e culturale sia stato innescato da un mutamento ambientale, o meglio, dalla risposta ad un cambiamento piuttosto radicale nel paesaggio di riferimento. La rimodulazione conseguente del corredo cognitivo di base ha originato la forma primordiale di ciò che in geografia è stato codificato in età moderna sotto il nome di «situazione geografica», e che attraverso la scissione tra conoscenze e pratiche caratteritica della modernità è stato disarticolato secondo i due livelli analitici qualitativo e quantitativo, quest'ultimo dominio quasi esclusivo della mappa. Il paesaggio, si potrebbe dire, sviluppa invece il lato qualitativo della situazione, rimettendo al centro la questione dell’osservatore, del soggetto, che l’informazione disincarnata della mappa sembra accantonare e rendere pressoché irrilevante, e per questo rivela molteplici fruttuose interferenze con la nozione di «mondo intermedio».
L’esercizio della meraviglia. Studi in onore di Alfonso M. Iacono
369
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M. Neve
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