L’iconografia ufficiale in URSS sottolineava il ruolo della donna come «produttrice», e cioè operaia o contadina, rappresentandola in abiti da lavoro, con un corpo solido e defeminilizzato, i capelli avvolti nell’immancabile fazzoletto legato dietro la nuca (cfr. la statua di Vera Muchina La contadina, 1927). D’altro canto si enfatizzava anche il ruolo della donna come «riproduttrice», come madre (cfr. il quadro di Petrov-Vodkin, Maternità, 1925), e “produttrice” di eroi. Già prima della fine dell’epoca sovietica, tuttavia, scrittori, registi e artisti sovietici hanno messo in atto veri e propri “rhetorical act[s] in order to unsettle the relations between art and life” , decostruendo e desacralizzando l’immaginario sovietico e creando un linguaggio che rovescia i modelli e le formule ufficiali (si pensi alle gigantesche sculture di Ernst Neizvestnyj che combinano tratti antropomorfi e zoomorfi). Nell'articolo si mettono a confronto due autrici, una scrittrice e una regista formatesi in piena epoca sovietica che hanno subito a lungo la censura ufficiale, il cui percorso artistico presenta notevoli analogie. La narrativa della scrittrice russa Ljudmila Petrusevskaja, nata nel 1938, si sofferma con insistenza sul corpo, specie quello femminile, smembrandolo e rappresentandolo nei suoi aspetti più tabuizzati come corpo erotico, corpo materno, corpo malato e corpo morto. Le narratrici sono spesso “inaffidabili” e offrono una visione distorta e morbosa della realtà, analoga a quella dell’“uomo del sottosuolo” dostoevskiano. La regista sovietica (ucraina russofona) Kira Muratova (1934-2018) condivide con Ljudmila Petruševskaja questo approccio dissacratorio verso il corpo e ricorre spesso nel suo cinema, anche in piena epoca sovietica, a immagini tabuizzate del corpo nudo, deforme, malato e morto. Anche quando viene sottolineata la bellezza del corpo essa suscita un senso di inquietudine a causa delle sue movenze da burattino o da bambola o per la presenza perturbante di doppi e sosia in ambientazioni squallide e desolate.

Corpi grotteschi e bambole nell’opera di Ljudmila Petruševskaja e Kira Muratova

G. E. Imposti
2018

Abstract

L’iconografia ufficiale in URSS sottolineava il ruolo della donna come «produttrice», e cioè operaia o contadina, rappresentandola in abiti da lavoro, con un corpo solido e defeminilizzato, i capelli avvolti nell’immancabile fazzoletto legato dietro la nuca (cfr. la statua di Vera Muchina La contadina, 1927). D’altro canto si enfatizzava anche il ruolo della donna come «riproduttrice», come madre (cfr. il quadro di Petrov-Vodkin, Maternità, 1925), e “produttrice” di eroi. Già prima della fine dell’epoca sovietica, tuttavia, scrittori, registi e artisti sovietici hanno messo in atto veri e propri “rhetorical act[s] in order to unsettle the relations between art and life” , decostruendo e desacralizzando l’immaginario sovietico e creando un linguaggio che rovescia i modelli e le formule ufficiali (si pensi alle gigantesche sculture di Ernst Neizvestnyj che combinano tratti antropomorfi e zoomorfi). Nell'articolo si mettono a confronto due autrici, una scrittrice e una regista formatesi in piena epoca sovietica che hanno subito a lungo la censura ufficiale, il cui percorso artistico presenta notevoli analogie. La narrativa della scrittrice russa Ljudmila Petrusevskaja, nata nel 1938, si sofferma con insistenza sul corpo, specie quello femminile, smembrandolo e rappresentandolo nei suoi aspetti più tabuizzati come corpo erotico, corpo materno, corpo malato e corpo morto. Le narratrici sono spesso “inaffidabili” e offrono una visione distorta e morbosa della realtà, analoga a quella dell’“uomo del sottosuolo” dostoevskiano. La regista sovietica (ucraina russofona) Kira Muratova (1934-2018) condivide con Ljudmila Petruševskaja questo approccio dissacratorio verso il corpo e ricorre spesso nel suo cinema, anche in piena epoca sovietica, a immagini tabuizzate del corpo nudo, deforme, malato e morto. Anche quando viene sottolineata la bellezza del corpo essa suscita un senso di inquietudine a causa delle sue movenze da burattino o da bambola o per la presenza perturbante di doppi e sosia in ambientazioni squallide e desolate.
Scritture del corpo
381
387
G.E.Imposti
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