- 1961-1963: L’imprenditore designer Dino Gavina, nel 1961, incaricava Carlo Scarpa di realizzare un negozio/vetrina al piano terra di un edificio storico nel cuore di Bologna. Il Negozio Gavina, da subito indagato dalla critica, si caratterizzava, all’esterno, per la presenza di una grande piastra in calcestruzzo armato, lavorata a scalpello, segnata dalle due oblò-vetrine in cristallo e da bande in foglia d’oro: una sorta di “gigantesca targa”, coincidente con i limiti di proprietà, che scatenò immediate polemiche nella città di Alfonso Rubbiani. L’interno del Negozio Gavina, la cui articolazione spaziale assecondava la funzione espositiva, era protetto da una bussola in abete giapponese, cristallo e padouk, chiusa da un cancelletto in cilindri in teak; le pareti interne vennero ‘rasate a calce’ mentre i pilastri rifiniti con materiali e colori diversi, dal cemento battuto, allo stucco color cobalto al bianco-calce, alla plastica nera, una fontana in cemento con il fondo in mosaico, opera di Mario De Luigi, rifletteva, in fondo al negozio, la luce che piove dall’alto. - 1998-1999: Il negozio Gavina, poi Simon-Gavina, superato un periodo di inattività, diviene “Hoffmann”, negozio di giocattoli d’arte. I nuovi locatari, sia pure stretti nei criteri commerciali, decisero di far eseguire una serie di opere di ‘manutenzione specialistica’ dell’opera di Scarpa. Il periodo di abbandono, una carente manutenzione e alcune evidenti manomissioni avevano infatti originato un diffuso e significativo ammaloramento del negozio, con depositi superficiali (di varia natura), patine biologiche e alterazioni cromatiche nonché distacchi e lacune su intonaci e finiture, peraltro oggetto di inadeguati ‘rappezzi’. A dispetto delle contenute risorse economiche, furono eseguiti studi e analisi per «la determinazione della composizione degli strati di coloritura in pasta o semplice tinteggiatura superficiale» prima di intraprendere le necessarie operazioni di «pulitura critica», consolidamento e «reintegrazione plastica e cromatica», che vennero autorizzate dalla locale Soprintendenza BAA e dagli eredi di Scarpa. - 2017-2018: Il contributo, a distanza di circa vent’anni dall’ultimo restauro, intende descrivere la sorprendente consistenza materiale di quest’opera bolognese di Scarpa, puntualmente rivelata dallo stesso cantiere di restauro; verificare, ad adeguata distanza di tempo, lo stato di conservazione degli interventi allora messi in atto, la loro efficacia segnalando le eventuali criticità; sottolineare qualora ve ne fosse ancora bisogno, quanto una sistematica e competente attività di conoscenza, vigilanza e manutenzione/conservazione rimanga sempre la migliore garanzia di sopravvivenza per le opere d’arte, in termini sia materiali che funzionali (ovvero, di corretto funzionamento del loro testo), anche per le opere contemporanee.

...con la cura dovuta.Il negozio Gavina di Carlo Scarpa a Bologna: superfici, materiali, restauri.

Andrea Ugolini
2018

Abstract

- 1961-1963: L’imprenditore designer Dino Gavina, nel 1961, incaricava Carlo Scarpa di realizzare un negozio/vetrina al piano terra di un edificio storico nel cuore di Bologna. Il Negozio Gavina, da subito indagato dalla critica, si caratterizzava, all’esterno, per la presenza di una grande piastra in calcestruzzo armato, lavorata a scalpello, segnata dalle due oblò-vetrine in cristallo e da bande in foglia d’oro: una sorta di “gigantesca targa”, coincidente con i limiti di proprietà, che scatenò immediate polemiche nella città di Alfonso Rubbiani. L’interno del Negozio Gavina, la cui articolazione spaziale assecondava la funzione espositiva, era protetto da una bussola in abete giapponese, cristallo e padouk, chiusa da un cancelletto in cilindri in teak; le pareti interne vennero ‘rasate a calce’ mentre i pilastri rifiniti con materiali e colori diversi, dal cemento battuto, allo stucco color cobalto al bianco-calce, alla plastica nera, una fontana in cemento con il fondo in mosaico, opera di Mario De Luigi, rifletteva, in fondo al negozio, la luce che piove dall’alto. - 1998-1999: Il negozio Gavina, poi Simon-Gavina, superato un periodo di inattività, diviene “Hoffmann”, negozio di giocattoli d’arte. I nuovi locatari, sia pure stretti nei criteri commerciali, decisero di far eseguire una serie di opere di ‘manutenzione specialistica’ dell’opera di Scarpa. Il periodo di abbandono, una carente manutenzione e alcune evidenti manomissioni avevano infatti originato un diffuso e significativo ammaloramento del negozio, con depositi superficiali (di varia natura), patine biologiche e alterazioni cromatiche nonché distacchi e lacune su intonaci e finiture, peraltro oggetto di inadeguati ‘rappezzi’. A dispetto delle contenute risorse economiche, furono eseguiti studi e analisi per «la determinazione della composizione degli strati di coloritura in pasta o semplice tinteggiatura superficiale» prima di intraprendere le necessarie operazioni di «pulitura critica», consolidamento e «reintegrazione plastica e cromatica», che vennero autorizzate dalla locale Soprintendenza BAA e dagli eredi di Scarpa. - 2017-2018: Il contributo, a distanza di circa vent’anni dall’ultimo restauro, intende descrivere la sorprendente consistenza materiale di quest’opera bolognese di Scarpa, puntualmente rivelata dallo stesso cantiere di restauro; verificare, ad adeguata distanza di tempo, lo stato di conservazione degli interventi allora messi in atto, la loro efficacia segnalando le eventuali criticità; sottolineare qualora ve ne fosse ancora bisogno, quanto una sistematica e competente attività di conoscenza, vigilanza e manutenzione/conservazione rimanga sempre la migliore garanzia di sopravvivenza per le opere d’arte, in termini sia materiali che funzionali (ovvero, di corretto funzionamento del loro testo), anche per le opere contemporanee.
Intervenire sulle superfici dell'architettura tra bilanci e prospettive.
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Andrea Ugolini
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11585/657614
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