In the Piedmont area, during a prolonged and unfavorable economic situation, marked by the rarefaction of public intervention - the activity of raising awareness among groups and associations and patronising banking institutions - they were able to start (and complete) important architectural recovery initiatives concerning the corpus of the works of Bernardo Antonio Vittone (Turin, 1704-1770). Recent restorations (2017) have involved artefacts and complexes which, although small in size, prove conspicuous by their wealth of typological-spatial solutions. This essay proposes, through the cross-reading of emblematic works, the stages of Victorian formal evolution: the transition from the conception of baroque illusionism to structural de-materialisation through luministic artifices. In particular, in the conception of the domes, audacious solutions are visible, obtained from complex interpenetrations of solids: exemplary in this sense is the “Sanctuary of the Visitation of Mary in Santa Elisabetta” called il Valinotto (Carignano, Turin,1738-39). The urban convent church of Santa Chiara (Turin, 1742-45) is refined and collected, ‘besieged’ by the dense urban fabric of the Square City. Both artifacts, conceived to perform pastoral and liturgical functions in contexts and for totally different commissions, represent the perfect synthesis of Italian baroque culture: “the open architecture of Juvarra, the hidden light of Bernini, the fantasy of Guarini, the curved lines of Borromini”. ‘Rediscovered’ in 1920, thanks to the perception of the Turinese scholar Eugenio Olivero - taken from Rudolf Wittkover who underlines the symbolism implicit in the complex structure, finally acutely analysed by Pierpaolo Portoghesi - Vittone's work today takes on the value of a network capable of connoting the Piedmontese territory of a further, formidable artistic-cultural marker. A widespread patrimony mostly of a religious-devotional nature, which affects both the larger urban centres and the small rural and mountain villages. The “mise en lumiére” of these small, precious works of faith, ingenuity and taste, today constitute an important means of support for the touristic development of districts beset by economic and demographic decline (Valinotto); finally, as in the case of Turin (Santa Chiara), they represent an unexpected opportunity to “recreate communities” (co-housing) in a process of enhancement of human and artistic resources, otherwise destined for marginality.

Nel territorio piemontese, nel corso di una prolungata e sfavorevole congiuntura economica, contrassegnata dalla rarefazione dell’intervento pubblico - l’attività di sensibilizzazione di gruppi e associazioni e il mecenatismo di istituti bancari – sono valsi ad avviare (e portare a compimento), importanti iniziative di recupero architettonico aventi per oggetto il corpus delle opere di Bernardo Antonio Vittone (Torino, 1704-1770). Recenti restauri (2017) hanno interessato manufatti e complessi che pur, raccolti nella dimensione, si dimostrano cospicui per ricchezza di soluzioni tipologico-spaziali. Questo paper propone, attraverso la lettura incrociata di opere emblematiche, le tappe dell’evoluzione formale vittoniana: il trapasso dalla concezione dell’illusionismo barocco alla de-materializzazione strutturale mediante artifizi luministici. In particolare, nella concezione delle cupole, sono visibili soluzioni “audaci” ottenute da complesse compenetrazioni di solidi: esemplare in tal senso è il Santuario della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta detto ‘Valinotto’ (Carignano, Torino, 1738-39). Raffinata e raccolta è la chiesa conventuale urbana di Santa Chiara (Torino, 1742-45), “assediata” dal denso tessuto urbano della Città Quadrata. Ambo i manufatti, concepiti per svolgere funzioni pastorali e liturgiche in contesti e per committenze del tutto differenti, rappresentano la perfetta sintesi della cultura barocca italiana: «l’architettura “aperta” di Juvarra, la luce “nascosta” del Bernini, la fantasia di Guarini, le linee curve del Borromini». “Riscoperta” nel 1920, grazie alla sensibilità dello studioso torinese Eugenio Olivero - ripresa da Rudolf Wittkover che ne sottolinea i simbolismi sottintesi nella complessa struttura, infine acutamente analizzata da Pierpaolo Portoghesi - l’opera del Vittone assume oggi valenza di network in grado di connotare il territorio piemontese d’un, ulteriore, formidabile marcatore artistico-culturale. Un patrimonio diffuso per lo più di carattere religioso-devozionale, che interessa tanto i centri urbani maggiori quanto le piccole borgate rurali e montane. La “mise en lumiére” di queste piccole, preziose opere di fede, ingegno e gusto, costituiscono oggi un importante supporto allo sviluppo turistico di distretti connotati da declino economico e demografico (Valinotto); si propongono infine, come nel caso torinese (Santa Chiara), quale insperata occasione per “ricreare comunità” (Co-housing) in un percorso di valorizzazione di risorse umane e artistiche, altrimenti destinate alla marginalità.

“Cupole diafane e trame di luce”. La definizione dello spazio architettonico vittoniano nel paesaggio urbano e rurale piemontese del secolo XXI.// "Diaphanous domes and light plots". The definition of the Vittonian architectural space in the Piedmontese urban and rural landscape of the XXI century

Andreina Milan
Writing – Original Draft Preparation
2018

Abstract

Nel territorio piemontese, nel corso di una prolungata e sfavorevole congiuntura economica, contrassegnata dalla rarefazione dell’intervento pubblico - l’attività di sensibilizzazione di gruppi e associazioni e il mecenatismo di istituti bancari – sono valsi ad avviare (e portare a compimento), importanti iniziative di recupero architettonico aventi per oggetto il corpus delle opere di Bernardo Antonio Vittone (Torino, 1704-1770). Recenti restauri (2017) hanno interessato manufatti e complessi che pur, raccolti nella dimensione, si dimostrano cospicui per ricchezza di soluzioni tipologico-spaziali. Questo paper propone, attraverso la lettura incrociata di opere emblematiche, le tappe dell’evoluzione formale vittoniana: il trapasso dalla concezione dell’illusionismo barocco alla de-materializzazione strutturale mediante artifizi luministici. In particolare, nella concezione delle cupole, sono visibili soluzioni “audaci” ottenute da complesse compenetrazioni di solidi: esemplare in tal senso è il Santuario della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta detto ‘Valinotto’ (Carignano, Torino, 1738-39). Raffinata e raccolta è la chiesa conventuale urbana di Santa Chiara (Torino, 1742-45), “assediata” dal denso tessuto urbano della Città Quadrata. Ambo i manufatti, concepiti per svolgere funzioni pastorali e liturgiche in contesti e per committenze del tutto differenti, rappresentano la perfetta sintesi della cultura barocca italiana: «l’architettura “aperta” di Juvarra, la luce “nascosta” del Bernini, la fantasia di Guarini, le linee curve del Borromini». “Riscoperta” nel 1920, grazie alla sensibilità dello studioso torinese Eugenio Olivero - ripresa da Rudolf Wittkover che ne sottolinea i simbolismi sottintesi nella complessa struttura, infine acutamente analizzata da Pierpaolo Portoghesi - l’opera del Vittone assume oggi valenza di network in grado di connotare il territorio piemontese d’un, ulteriore, formidabile marcatore artistico-culturale. Un patrimonio diffuso per lo più di carattere religioso-devozionale, che interessa tanto i centri urbani maggiori quanto le piccole borgate rurali e montane. La “mise en lumiére” di queste piccole, preziose opere di fede, ingegno e gusto, costituiscono oggi un importante supporto allo sviluppo turistico di distretti connotati da declino economico e demografico (Valinotto); si propongono infine, come nel caso torinese (Santa Chiara), quale insperata occasione per “ricreare comunità” (Co-housing) in un percorso di valorizzazione di risorse umane e artistiche, altrimenti destinate alla marginalità.
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