Il silenzio dell’antropologo e l’altro degli altri. Fare etnografia in clausura Sulla base di una etnografia partecipata all’interno di due monasteri carmelitani francesi, si intende delineare e documentare più da vicino, senza alcuna pretesa di esaustività, il nodo problematico del fare etnografia all’interno di gruppi religiosi introversi, chiusi e silenziosi. In relazione a ciò, il campo della clausura rappresenta una situazione limite sul piano operativo e metodologico: permette di interrogarsi su cosa significhi effettivamente, una volta che si è entrati, vivere dal di dentro – sia a livello spaziale che percettivo e cognitivo – e sulle implicazioni metodologiche che si producono in relazione al vedere, all’ascoltare e al tacere. Se questi livelli sensoriali sono presenti in qualsiasi situazione di campo e delineano articolazioni e confini dello stesso, essi giocano un ruolo centrale all’interno della clausura. La costruzione della donna-religiosa avviene attraverso la sua riduzione all’essenziale, attraverso l’eliminazione di tutto il superfluo, sia sul piano materiale che emotivo e linguistico. Questa costruzione modifica specularmene anche la figura del ricercatore e il suo fare campo. Voler conoscere, infatti, la vita di questi gruppi impone non solo di condividere le loro giornata ma anche, più in generale, di rispondere alla domanda storico-antropologica sul come affrontare lo studio dell’istituzione totale di natura religiosa.

Il silenzio dell’antropologo e l’altro degli altri. Fare etnografia in clausura / Sbardella, Francesca. - STAMPA. - 11:(2017), pp. 9.163-9.181.

Il silenzio dell’antropologo e l’altro degli altri. Fare etnografia in clausura

F. Sbardella
2017

Abstract

Il silenzio dell’antropologo e l’altro degli altri. Fare etnografia in clausura Sulla base di una etnografia partecipata all’interno di due monasteri carmelitani francesi, si intende delineare e documentare più da vicino, senza alcuna pretesa di esaustività, il nodo problematico del fare etnografia all’interno di gruppi religiosi introversi, chiusi e silenziosi. In relazione a ciò, il campo della clausura rappresenta una situazione limite sul piano operativo e metodologico: permette di interrogarsi su cosa significhi effettivamente, una volta che si è entrati, vivere dal di dentro – sia a livello spaziale che percettivo e cognitivo – e sulle implicazioni metodologiche che si producono in relazione al vedere, all’ascoltare e al tacere. Se questi livelli sensoriali sono presenti in qualsiasi situazione di campo e delineano articolazioni e confini dello stesso, essi giocano un ruolo centrale all’interno della clausura. La costruzione della donna-religiosa avviene attraverso la sua riduzione all’essenziale, attraverso l’eliminazione di tutto il superfluo, sia sul piano materiale che emotivo e linguistico. Questa costruzione modifica specularmene anche la figura del ricercatore e il suo fare campo. Voler conoscere, infatti, la vita di questi gruppi impone non solo di condividere le loro giornata ma anche, più in generale, di rispondere alla domanda storico-antropologica sul come affrontare lo studio dell’istituzione totale di natura religiosa.
2017
Tra pratiche e credenze. Traiettorie antropologiche e storiche. Un omaggio ad Adriana Destro
163
181
Il silenzio dell’antropologo e l’altro degli altri. Fare etnografia in clausura / Sbardella, Francesca. - STAMPA. - 11:(2017), pp. 9.163-9.181.
Sbardella, Francesca
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