Il lemma bomolochos («buffone») è un esempio emblematico di quanto possa risultare complessa l’interpretazione delle stratificazioni semantiche e critiche sedimentate su uno stesso termine. L’uso di bomolochos ha compiuto infatti un lungo e tortuoso iter: il suo viaggio prende le mosse da un ambito schiettamente teatrale, per poi diventare parola-chiave della riflessione etica e filosofica, fino a costituire un tratto caratterizzante dei sovrani e dei tiranni più spregiudicati nella biografia. E oggi? Che cosa è toccato in sorte al bomolochos nelle arti sceniche contemporanee? La risposta, come apparirà chiaro, non può prescindere da un’attenta analisi della tradizione. Alcuni contributi critici – lo mette in luce Mario Regali (cfr. infra “Bomolochos nella commedia antica") – hanno cominciato a guardare al bomolochos come a un vero e proprio personaggio, una maschera buffonesca di comicità «tetragona e insistente», in opposizione allo statuto più complesso del protagonista. Eppure, se ci si attiene a una lettura del testo aristofaneo, emerge dalle non numerose testimonianze lessicali che la bomolochia è piuttosto una generica attitudine di segno negativo, non necessariamente legata a un ambito performativo: essa indica da un lato la propensione all’inganno, dall’altro la trivialità dei poeti comici rivali. E così anche nelle traduzioni si registra una certa oscillazione: emerge una polivalenza semantica che spazia dall’idea della malvagità a quella dell’irriverenza (si veda il poco connotato «ribalderia» di Raffaele Cantarella del 1972) e solo talvolta i traduttori giocano con un termine dal rimando esplicitamente teatrale (si veda il «pagliacciata» di Marzullo, nella traduzione al v. 1194 dei Cavalieri del 1968). Non stupirà dunque che registi e drammaturghi non abbiano dato spazio nelle riscritture e nelle messe in scena a un aspetto tanto ambiguo e ‘invisibile’. Una sorte molto diversa dal più noto ‘parente’ anglosassone, il fool shakespeariano. La maschera del «matto» ha ricevuto interesse continuo tanto nella storia degli studi sul teatro elisabettiano quanto negli esperimenti spettacolari e performativi: «È una parola che si è incarnata imponendosi come personaggio» nota a questo proposito Melchiori (1994, 495). Ed è proprio tale processo di ‘incarnazione’ che è invece mancata alla parola greca bomolochos, che resta questione centrale per gli studiosi, ma di scarso interesse per registi e drammaturghi.

Buffoni e ‘bomolochoi’

CACIAGLI, STEFANO;
2016

Abstract

Il lemma bomolochos («buffone») è un esempio emblematico di quanto possa risultare complessa l’interpretazione delle stratificazioni semantiche e critiche sedimentate su uno stesso termine. L’uso di bomolochos ha compiuto infatti un lungo e tortuoso iter: il suo viaggio prende le mosse da un ambito schiettamente teatrale, per poi diventare parola-chiave della riflessione etica e filosofica, fino a costituire un tratto caratterizzante dei sovrani e dei tiranni più spregiudicati nella biografia. E oggi? Che cosa è toccato in sorte al bomolochos nelle arti sceniche contemporanee? La risposta, come apparirà chiaro, non può prescindere da un’attenta analisi della tradizione. Alcuni contributi critici – lo mette in luce Mario Regali (cfr. infra “Bomolochos nella commedia antica") – hanno cominciato a guardare al bomolochos come a un vero e proprio personaggio, una maschera buffonesca di comicità «tetragona e insistente», in opposizione allo statuto più complesso del protagonista. Eppure, se ci si attiene a una lettura del testo aristofaneo, emerge dalle non numerose testimonianze lessicali che la bomolochia è piuttosto una generica attitudine di segno negativo, non necessariamente legata a un ambito performativo: essa indica da un lato la propensione all’inganno, dall’altro la trivialità dei poeti comici rivali. E così anche nelle traduzioni si registra una certa oscillazione: emerge una polivalenza semantica che spazia dall’idea della malvagità a quella dell’irriverenza (si veda il poco connotato «ribalderia» di Raffaele Cantarella del 1972) e solo talvolta i traduttori giocano con un termine dal rimando esplicitamente teatrale (si veda il «pagliacciata» di Marzullo, nella traduzione al v. 1194 dei Cavalieri del 1968). Non stupirà dunque che registi e drammaturghi non abbiano dato spazio nelle riscritture e nelle messe in scena a un aspetto tanto ambiguo e ‘invisibile’. Una sorte molto diversa dal più noto ‘parente’ anglosassone, il fool shakespeariano. La maschera del «matto» ha ricevuto interesse continuo tanto nella storia degli studi sul teatro elisabettiano quanto negli esperimenti spettacolari e performativi: «È una parola che si è incarnata imponendosi come personaggio» nota a questo proposito Melchiori (1994, 495). Ed è proprio tale processo di ‘incarnazione’ che è invece mancata alla parola greca bomolochos, che resta questione centrale per gli studiosi, ma di scarso interesse per registi e drammaturghi.
Lessico del Comico 1
135
154
Caciagli, Stefano; Corradi, Michele; Regali, Mario
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/604934
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