Il riferimento al “mestiere completo” – che garantirebbe al lavoratore un godimento pieno della libertà e una certa autonomia nel processo di produzione – si presenta come uno dei topos della letteratura (sociologica e non) che ha inteso criticare la divisione del lavoro e la sua conseguenza ineluttabile: il salariato. Nel XX secolo, il fordismo ha confermato – e rafforzato – il rapporto che intercorre tra divisione del lavoro e salariato, perfezionando il primo ed estendendo il secondo a strati della società (la borghesia) che, sino ad allora, ne erano stati esclusi . La crisi di un regime che sembrava garantire una traduzione pratica di miti quali il pieno-impiego e la crescita indefinita ha determinato l’ingresso in una fase, la nostra, in cui la valorizzazione, l’estrazione di plus-valore, non è più centrata esclusivamente sulle capacità fisiche del lavoratore – i cui gesti erano organizzati scientificamente –, ma, come hanno sottolineato per primi molti autori del post-operaismo, sugli elementi costitutivi della soggettività umana (capacità linguistiche, affettive, cognitive) – favorendo, così, da un lato, una mobilitazione dei corpi e delle menti dei lavoratori e, dall’altro, la frantumazione del lavoro salariato, eterodiretto, sotto padrone . Ciò avrebbe aperto spazi, certo contraddittori, ma non per questo meno potenti, per una – come sostiene, tra gli altri, André Gorz – traduzione del lavoro in attività, o meglio, in una delle molteplici attività (multiattività) caratterizzante la vita di uomini e donne, ai quali sarebbe dunque garantito il controllo sul processo sociale di produzione, non più orientato alla dequalificante valorizzazione capitalista . Evitando ogni tipo di contatto acritico con l’arte del predire e dei suoi adepti (sempre più numerosi) , e soffermandoci sul (e limitandoci al) presente, è evidente che ad esser operativa non è la categoria dell’“avvenire” bensì quella – decisamente più complessa – di “posta in gioco”. Il peso teorico e pratico della posta in gioco (i.e. riappropriazione da parte del lavoro vivo del processo di produzione, dei suoi frutti, declassamento del lavoro non più considerato fondamento dell’esistenza ma semplice elemento di essa) rinvia alla seguente questione: le modificazioni che si sono operate nel corso dell’ultimo quarantennio necessitano la creazione di categorie ex novo oppure quanto sostenuto da Bergery in merito al “mestiere completo” può risuonare, alle orecchie dei lavoratori cognitivi contemporanei, come un de te fabula narratur? Preindustriale e postindustriale convergono sul medesimo punto, ossia quello dell’autonomizzazione dei produttori e un godimento pieno della loro libertà? Questa la questione di fondo dell'articolo che propone una lettura del lavoro contemporaneo a partire dal concetto di lavoro smisurato.

Il lavoro smisurato. Riconoscimento e sfruttamento nel capitalismo cognitivo.

GALLO, MATTIA;CHICCHI, FEDERICO;TURRINI, MAURO
2016

Abstract

Il riferimento al “mestiere completo” – che garantirebbe al lavoratore un godimento pieno della libertà e una certa autonomia nel processo di produzione – si presenta come uno dei topos della letteratura (sociologica e non) che ha inteso criticare la divisione del lavoro e la sua conseguenza ineluttabile: il salariato. Nel XX secolo, il fordismo ha confermato – e rafforzato – il rapporto che intercorre tra divisione del lavoro e salariato, perfezionando il primo ed estendendo il secondo a strati della società (la borghesia) che, sino ad allora, ne erano stati esclusi . La crisi di un regime che sembrava garantire una traduzione pratica di miti quali il pieno-impiego e la crescita indefinita ha determinato l’ingresso in una fase, la nostra, in cui la valorizzazione, l’estrazione di plus-valore, non è più centrata esclusivamente sulle capacità fisiche del lavoratore – i cui gesti erano organizzati scientificamente –, ma, come hanno sottolineato per primi molti autori del post-operaismo, sugli elementi costitutivi della soggettività umana (capacità linguistiche, affettive, cognitive) – favorendo, così, da un lato, una mobilitazione dei corpi e delle menti dei lavoratori e, dall’altro, la frantumazione del lavoro salariato, eterodiretto, sotto padrone . Ciò avrebbe aperto spazi, certo contraddittori, ma non per questo meno potenti, per una – come sostiene, tra gli altri, André Gorz – traduzione del lavoro in attività, o meglio, in una delle molteplici attività (multiattività) caratterizzante la vita di uomini e donne, ai quali sarebbe dunque garantito il controllo sul processo sociale di produzione, non più orientato alla dequalificante valorizzazione capitalista . Evitando ogni tipo di contatto acritico con l’arte del predire e dei suoi adepti (sempre più numerosi) , e soffermandoci sul (e limitandoci al) presente, è evidente che ad esser operativa non è la categoria dell’“avvenire” bensì quella – decisamente più complessa – di “posta in gioco”. Il peso teorico e pratico della posta in gioco (i.e. riappropriazione da parte del lavoro vivo del processo di produzione, dei suoi frutti, declassamento del lavoro non più considerato fondamento dell’esistenza ma semplice elemento di essa) rinvia alla seguente questione: le modificazioni che si sono operate nel corso dell’ultimo quarantennio necessitano la creazione di categorie ex novo oppure quanto sostenuto da Bergery in merito al “mestiere completo” può risuonare, alle orecchie dei lavoratori cognitivi contemporanei, come un de te fabula narratur? Preindustriale e postindustriale convergono sul medesimo punto, ossia quello dell’autonomizzazione dei produttori e un godimento pieno della loro libertà? Questa la questione di fondo dell'articolo che propone una lettura del lavoro contemporaneo a partire dal concetto di lavoro smisurato.
Le reti del lavoro gratuito
77
94
Mattia, Gallo; Federico, Chicchi; Mauro, Turrini
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11585/603266
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