L’Africa Australe, nel corso degli ultimi decenni, è stata il terreno di sperimentazione di teorie partecipative nell’ambito dello sviluppo turistico collegate ai principi della sostenibilità. Questo nuovo modello di sviluppo, che ingloba in un unico processo la tutela dell’ambiente, l’efficienza economica e il miglioramento delle condizioni socio-economiche delle popolazioni locali, è noto come community-based tourism (CBT). Esso si rifà ai principi della community conservation, un nuovo paradigma di conservazione della natura nato in opposizione alla fortress conservation, una strategia di stretta preservazione ambientale che ha dominato fino agli anni ’70 su tutto il pianeta e che escludeva la possibilità per le comunità locali di utilizzare le risorse comprese nelle aree protette. La community conservation, invece, considera le popolazioni indigene, con il bagaglio di conoscenze che esse hanno del proprio territorio, soggetti molto importanti per l’implementazione dei programmi di gestione alternativa delle risorse quali, appunto, il turismo. Quest’ultimo, quindi, diventa un’importante strategia di sviluppo che coopera al miglioramento delle condizioni di vita di queste popolazioni sia direttamente (impiego, capacity-building, diversificazione dell’economia locale, mantenimento delle risorse naturali e culturali…), che indirettamente (infrastrutture, indotto…). Il coinvolgimento delle comunità nel turismo pone, tuttavia, forti rischi alle comunità stesse, come la perdita di identità, delle tradizioni e delle norme sociali, in seguito al contatto con i visitatori stranieri, o all’apertura di opportunità lavorative nell’industria turistica, che possono portare all’abbandono delle pratiche di sussistenza tradizionali: il turismo, come strumento della globalizzazione, aiuta la cultura occidentale a diffondersi a livello mondiale. Vi sono poi numerose sfide alla diffusione del CBT, quale i leakages verso i paesi sviluppati, che esportano nei paesi in via di sviluppo beni turistici di lusso, non reperibili in loco, o che controllano le multinazionali del turismo. Se ciò avviene in larga misura e le comunità locali non beneficiano dello sviluppo turistico, il loro coinvolgimento nei progetti locali verrà a mancare, quindi il turismo sarà solo un fattore negativo imposto e controllato dall’alto. Lo stesso può verificarsi laddove solo le élites al potere o un governo fortemente centralizzato impediscono un processo di decentramento amministrativo che conceda potere alle comunità. Eppure il turismo può anche incidere positivamente sulle condizioni di vita delle popolazioni povere, come aspira a dimostrare il pro-poor tourism (PPT), un nuovo approccio allo sviluppo turistico finalizzato a generare benefici socio economici per i poveri. Le strategie del PPT includono una serie di opportunità per i poveri all’interno del settore turistico attraverso la creazione di posti di lavoro, la condivisione equa di costi e benefici e la riduzione degli impatti socio economici negativi. Obiettivo comune di PPT e CBT è l’implementazione di un processo di sviluppo locale nel quale la riduzione della povertà si realizza con misure molteplici a seconda dei diversi contesti territoriali, sfruttando le ricchezze naturali che il continente offre. Caso di studio: Il progetto CAMPFIRE in Zimbabwe Sul finire degli anni ’80 lo Zimbabwe fu il primo paese dell’Africa Australe ad implementare un progetto di gestione partecipativa delle risorse, il programma CAMPFIRE (Communal Areas Management Programme for Indigenous Resources), che si basa su strategie di gestione delle risorse naturali alternative all’uso agro-pastorale tradizionale (turismo, caccia sportiva, raccolta di prodotti forestali e della savana…). Grazie ad esso, le comunità residenti, attraverso un processo di empowerment, sono divenute stakeholders in progetti di sviluppo turistico che promuovono la realizzazione di strutture ricettive e la vendita di concessioni di caccia, le qual...

Luoghi, mete, attori, strategie in Africa meridionale

MAGNANI, ELISA
2007

Abstract

L’Africa Australe, nel corso degli ultimi decenni, è stata il terreno di sperimentazione di teorie partecipative nell’ambito dello sviluppo turistico collegate ai principi della sostenibilità. Questo nuovo modello di sviluppo, che ingloba in un unico processo la tutela dell’ambiente, l’efficienza economica e il miglioramento delle condizioni socio-economiche delle popolazioni locali, è noto come community-based tourism (CBT). Esso si rifà ai principi della community conservation, un nuovo paradigma di conservazione della natura nato in opposizione alla fortress conservation, una strategia di stretta preservazione ambientale che ha dominato fino agli anni ’70 su tutto il pianeta e che escludeva la possibilità per le comunità locali di utilizzare le risorse comprese nelle aree protette. La community conservation, invece, considera le popolazioni indigene, con il bagaglio di conoscenze che esse hanno del proprio territorio, soggetti molto importanti per l’implementazione dei programmi di gestione alternativa delle risorse quali, appunto, il turismo. Quest’ultimo, quindi, diventa un’importante strategia di sviluppo che coopera al miglioramento delle condizioni di vita di queste popolazioni sia direttamente (impiego, capacity-building, diversificazione dell’economia locale, mantenimento delle risorse naturali e culturali…), che indirettamente (infrastrutture, indotto…). Il coinvolgimento delle comunità nel turismo pone, tuttavia, forti rischi alle comunità stesse, come la perdita di identità, delle tradizioni e delle norme sociali, in seguito al contatto con i visitatori stranieri, o all’apertura di opportunità lavorative nell’industria turistica, che possono portare all’abbandono delle pratiche di sussistenza tradizionali: il turismo, come strumento della globalizzazione, aiuta la cultura occidentale a diffondersi a livello mondiale. Vi sono poi numerose sfide alla diffusione del CBT, quale i leakages verso i paesi sviluppati, che esportano nei paesi in via di sviluppo beni turistici di lusso, non reperibili in loco, o che controllano le multinazionali del turismo. Se ciò avviene in larga misura e le comunità locali non beneficiano dello sviluppo turistico, il loro coinvolgimento nei progetti locali verrà a mancare, quindi il turismo sarà solo un fattore negativo imposto e controllato dall’alto. Lo stesso può verificarsi laddove solo le élites al potere o un governo fortemente centralizzato impediscono un processo di decentramento amministrativo che conceda potere alle comunità. Eppure il turismo può anche incidere positivamente sulle condizioni di vita delle popolazioni povere, come aspira a dimostrare il pro-poor tourism (PPT), un nuovo approccio allo sviluppo turistico finalizzato a generare benefici socio economici per i poveri. Le strategie del PPT includono una serie di opportunità per i poveri all’interno del settore turistico attraverso la creazione di posti di lavoro, la condivisione equa di costi e benefici e la riduzione degli impatti socio economici negativi. Obiettivo comune di PPT e CBT è l’implementazione di un processo di sviluppo locale nel quale la riduzione della povertà si realizza con misure molteplici a seconda dei diversi contesti territoriali, sfruttando le ricchezze naturali che il continente offre. Caso di studio: Il progetto CAMPFIRE in Zimbabwe Sul finire degli anni ’80 lo Zimbabwe fu il primo paese dell’Africa Australe ad implementare un progetto di gestione partecipativa delle risorse, il programma CAMPFIRE (Communal Areas Management Programme for Indigenous Resources), che si basa su strategie di gestione delle risorse naturali alternative all’uso agro-pastorale tradizionale (turismo, caccia sportiva, raccolta di prodotti forestali e della savana…). Grazie ad esso, le comunità residenti, attraverso un processo di empowerment, sono divenute stakeholders in progetti di sviluppo turistico che promuovono la realizzazione di strutture ricettive e la vendita di concessioni di caccia, le qual...
Atlante del turismo sostenibile in Africa
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E. Magnani
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