Fin dai primi scritti di autori inglesi sull’Irlanda, gli abitanti dell’isola vengono descritti come una razza selvaggia e barbarica, incapace di governarsi da sola e quindi destinata a essere dominata dalla cultura superiore e civilizzata dei vicini normanni. Il modello descrittivo tratteggiato dai primi scritti che risalgono al XII secolo si mantiene costante per secoli e diviene ancor più evidente nelle opere di Spenser e degli storici elisabettiani. Dopo un periodo di relativa tranquillità nelle controverse vicende che legano inglesi e irlandesi, la rappresentazione dell’irlandese come selvaggio riappare nel periodo vittoriano, in una versione negativa (come quella presentata nelle vignette del “Punch”) o positiva (come quella del celta sognatore presentata da Matthew Arnold e su cui si innesterà il revival celtico di Yeats e degli intellettuali protestanti a lui contemporanei), in coincidenza con una recrudescenza delle richieste di indipendenza da parte dei nazionalisti irlandesi. Con la nascita dello stato libero d’Irlanda, la rappresentazione che gli autori irlandesi danno di se stessi è caratterizzata invece dal tentativo di allontanarsi dallo stereotipo dell’irlandese come selvaggio per adeguarsi a un modello positivo, più aderente alle esigenze del nuovo stato. Se questo fenomeno è giustificabile in una prospettiva politica, esso tuttavia limita fortemente gli autori irlandesi che tendono a rimuovere nella caratterizzazione dei loro personaggi ogni aspetto perturbante e a rifiutare quell’analisi della complessità dell’animo umano che nello stesso periodo era patrimonio comune di gran parte della letteratura europea e mondiale. Solo negli ultimi trenta anni, e in particolare nell’opera letteraria di Neil Jordan, si assisterà a un recupero degli aspetti oscuri della psiche umana, reso spesso in toni fantastici, e a una riappropriazione di quegli stereotipi che avevano caratterizzato il punto di vista del colonizzatore sulla cultura del colonizzato.

Buoni e cattivi selvaggi: stereotipi e loro riappropriazioni nella narrativa irlandese moderna

SCATASTA, GINO
2007

Abstract

Fin dai primi scritti di autori inglesi sull’Irlanda, gli abitanti dell’isola vengono descritti come una razza selvaggia e barbarica, incapace di governarsi da sola e quindi destinata a essere dominata dalla cultura superiore e civilizzata dei vicini normanni. Il modello descrittivo tratteggiato dai primi scritti che risalgono al XII secolo si mantiene costante per secoli e diviene ancor più evidente nelle opere di Spenser e degli storici elisabettiani. Dopo un periodo di relativa tranquillità nelle controverse vicende che legano inglesi e irlandesi, la rappresentazione dell’irlandese come selvaggio riappare nel periodo vittoriano, in una versione negativa (come quella presentata nelle vignette del “Punch”) o positiva (come quella del celta sognatore presentata da Matthew Arnold e su cui si innesterà il revival celtico di Yeats e degli intellettuali protestanti a lui contemporanei), in coincidenza con una recrudescenza delle richieste di indipendenza da parte dei nazionalisti irlandesi. Con la nascita dello stato libero d’Irlanda, la rappresentazione che gli autori irlandesi danno di se stessi è caratterizzata invece dal tentativo di allontanarsi dallo stereotipo dell’irlandese come selvaggio per adeguarsi a un modello positivo, più aderente alle esigenze del nuovo stato. Se questo fenomeno è giustificabile in una prospettiva politica, esso tuttavia limita fortemente gli autori irlandesi che tendono a rimuovere nella caratterizzazione dei loro personaggi ogni aspetto perturbante e a rifiutare quell’analisi della complessità dell’animo umano che nello stesso periodo era patrimonio comune di gran parte della letteratura europea e mondiale. Solo negli ultimi trenta anni, e in particolare nell’opera letteraria di Neil Jordan, si assisterà a un recupero degli aspetti oscuri della psiche umana, reso spesso in toni fantastici, e a una riappropriazione di quegli stereotipi che avevano caratterizzato il punto di vista del colonizzatore sulla cultura del colonizzato.
Il primitivismo e le sue metamorfosi. Archeologia di un discorso culturale
497
507
G. Scatasta
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