Ōba Minako is considered a pioneer of women's literature of migration in Japan. Her poetic writing seems to originate from the dissolution of geographical and spatial boundaries which results in a sort of trans-culturaland imagined "third space": a place where, according to Caren Kaplan, women succeed in deconstructing their own culture and the concepts of identity and authenticity, but also the binary pairs margin / center, identity / difference, insider / outsider . Ōba's characters often come from a fluid cultural context with allow them to forge new identities and new value systems. The author returns insistently on this concept, and in her stories the most authentic form of communication is usually the one that takes place in a world floating between reality and fantasy. As in "Salmonberry Bay", where the three protagonists, Nina, Olga and Yuri - respectively from Russia and from Japan - feel themselves transformed into three swans speaking new words - you cannot tell whether human or swan. And they laugh. Nina gave birth to three daughters, Olga Irina and Masha, and the left-motiv of the 'three sisters' resonates throughout the narrative, almost obsessive. The never-ending shifting between cultures, times, places deconstructs borders and values, and the experience of another space becomes the instrument through which the writer is able to contemplate with ironic disenchantment her culture, and then to undermine stereotypes, prejudices, paradigms .

Ōba Minako è considerata una pioniera della letteratura femminile della migrazione in Giappone. La sua scrittura infatti sembra nascere dalla dissoluzione e dal superamento dei confini geografico-spaziali in una sorta di “terzo spazio”, trans-culturale, immaginato, continuamente ripensato e ridiscusso. Confine, bordo, passaggio, soglia, ponte: un luogo dove, secondo la teoria della location riformulata negli anni Novanta da Caren Kaplan, le donne, acquisito lo sguardo e la coscienza dell’outsider, del migrante, arrivano a decostruire la propria stessa cultura. Il che si traduce in una molteplicità prospettica e in letture del sé e dell’altro che problematizzano radicalmente non solo – come è ovvio – i concetti di identità e autenticità, ma anche le coppie binarie margine/centro, identità/differenza, insider/outsider. I personaggi di Ōba spesso provengono da un contesto culturale e sociale indefinito, fluido, caotico, a partire dal quale riescono a forgiare identità, personalità e nuovi sistemi di valori. Questo li rende liberi di fluttuare in un mondo sensibile a qualsiasi influenza culturale, ma non ingessato in rigide regole sociali e linguistiche. L’autrice ritorna insistentemente su questo concetto, nei suoi racconti la forma più autentica di comunicazione è, solitamente, quella che avviene in un mondo in bilico tra realtà e fantasia. Come in "Salmonberry Bay", dove le tre protagoniste, Nina, Olga e Yuri – rispettivamente due emigrate russe e una giapponese – si sentono, quando sono insieme, trasformate in tre cigni; e provano la strana sensazione di parlare parole nuove, che non riescono più a capire se umane o di cigno. E ridono. Nina ha dato alla luce tre figlie, Olga Irina e Masha, e il motivo delle ‘tre sorelle’ riecheggia lungo tutta la narrazione, quasi ossessivo. Il sapiente gioco di associazioni scivola da "Le tre sorelle" di Chechov alle ‘Three sisters’, le vette montuose che, quasi rese umane, si stagliano composte e tranquille, e nel gioco che sull’onda del movimento fra culture, tempi, luoghi decostruisce confini e certezze, l’esperienza di uno spazio altro diventa lo strumento attraverso il quale la scrittrice è in grado di medi(t)are con ironico disincanto la cultura del proprio paese d’origine, e quindi di scardinare stereotipi, pregiudizi, paradigmi.

Nella lingua dei cigni: fra Russia, Alaska e Giappone, la scrittura errante di Ōba Minako

SCROLAVEZZA, PAOLA
2015

Abstract

Ōba Minako è considerata una pioniera della letteratura femminile della migrazione in Giappone. La sua scrittura infatti sembra nascere dalla dissoluzione e dal superamento dei confini geografico-spaziali in una sorta di “terzo spazio”, trans-culturale, immaginato, continuamente ripensato e ridiscusso. Confine, bordo, passaggio, soglia, ponte: un luogo dove, secondo la teoria della location riformulata negli anni Novanta da Caren Kaplan, le donne, acquisito lo sguardo e la coscienza dell’outsider, del migrante, arrivano a decostruire la propria stessa cultura. Il che si traduce in una molteplicità prospettica e in letture del sé e dell’altro che problematizzano radicalmente non solo – come è ovvio – i concetti di identità e autenticità, ma anche le coppie binarie margine/centro, identità/differenza, insider/outsider. I personaggi di Ōba spesso provengono da un contesto culturale e sociale indefinito, fluido, caotico, a partire dal quale riescono a forgiare identità, personalità e nuovi sistemi di valori. Questo li rende liberi di fluttuare in un mondo sensibile a qualsiasi influenza culturale, ma non ingessato in rigide regole sociali e linguistiche. L’autrice ritorna insistentemente su questo concetto, nei suoi racconti la forma più autentica di comunicazione è, solitamente, quella che avviene in un mondo in bilico tra realtà e fantasia. Come in "Salmonberry Bay", dove le tre protagoniste, Nina, Olga e Yuri – rispettivamente due emigrate russe e una giapponese – si sentono, quando sono insieme, trasformate in tre cigni; e provano la strana sensazione di parlare parole nuove, che non riescono più a capire se umane o di cigno. E ridono. Nina ha dato alla luce tre figlie, Olga Irina e Masha, e il motivo delle ‘tre sorelle’ riecheggia lungo tutta la narrazione, quasi ossessivo. Il sapiente gioco di associazioni scivola da "Le tre sorelle" di Chechov alle ‘Three sisters’, le vette montuose che, quasi rese umane, si stagliano composte e tranquille, e nel gioco che sull’onda del movimento fra culture, tempi, luoghi decostruisce confini e certezze, l’esperienza di uno spazio altro diventa lo strumento attraverso il quale la scrittrice è in grado di medi(t)are con ironico disincanto la cultura del proprio paese d’origine, e quindi di scardinare stereotipi, pregiudizi, paradigmi.
Tradizione, traduzione, trasformazione
91
101
Scrolavezza, Paola
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/554596
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