L’analisi della valorizzazione dei beni d’arte comporta difficoltà peculiari, riconosciute fin dalle origini dell’economia politica, da David Ricardo e Alfred Marshall. Per questi beni, infatti, nel breve periodo l’offerta è assolutamente fissa (escludendo la produzione di falsi) e il prezzo di mercato dipende esclusivamente dal livello della domanda. Il prezzo di lungo periodo, che su mercati di prodotti omogenei - in assenza di fattori limitanti - è ricondotto nel lungo periodo ai costi di produzione, per il bene d’arte è in genere sganciato da questo elemento; in molti casi il suo costo di produzione è risibile rispetto al valore di mercato. Peraltro, questo non significa che per tali beni non sia possibile parlare di fondamentali, ma piuttosto i fondamentali sono convenzionali, riflessi di consuetudini sociali, d’interazioni tra le valutazioni individuali e di categorie analitiche che, nell’ottica di alcuni operatori del settore, sono considerate esterne all’economia: nella sua forma più cruda viene detto che per un’opera d’arte non può esserci un prezzo (inteso marshallianamente come valore). Dati questi presupposti, le analisi sulla valutazione dei beni artistici si sono concentrate sulle caratteristiche della domanda dei beni d’arte, e sul “valore” monetario di ciascuna caratteristica artistica (metodo della regressione edonica); sull’aggregazione di dipinti simili secondo alcune caratteristiche definite a priori (metodo del dipinto medio) o sulla identificazione di criteri statistici di similarità (metodo del dipinto rappresentativo); infine, sulla valutazione dei soli rendimenti di dipinti scambiati sul mercato per due o più volte, riducendo il problema dell’eterogeneità (metodo della vendita ripetuta). Trattando di beni voluttuari, la cui domanda è soggetta a mode e consuetudini, beni unici altamente eterogenei, spesso “scambiati” poco frequentemente, non sorprende che la dinamica dei relativi prezzi (osservati o imputati) si caratterizzi per le forti fluttuazioni, qualora essa sia spiegata esclusivamente da variabili economiche. Ma la determinazione del prezzo del bene d’arte non può prescindere dalle sue peculiarità - anche se di difficile valutazione analitica - ma che nondimeno risultano cruciali nella valutazione complessiva, quali il valore d’esistenza ed il valore d’opzione del bene d’arte. Un altro elemento peculiare del mercato dell’arte è la presenza di effetti sociali, spesso espressi nei tradizionali termini delle esternalità, sia in termini d’interazione tra fruitori del bene d’arte, per esempio, gli effetti moda, sia tra beni d’arte stessi, per cui il valore monetario della collezione di un museo non è solo la somma dei prezzi dei dipinti che costituiscono la collezione ma in alcuni casi la presenza di un dipinto accresce il valore di un altro dipinto o di un’intera collezione; in altri casi, comunque, aggiungere un certo dipinto, fin troppo simile ai precedenti potrebbe svilire le caratteristiche di unicità della collezione. Infine, molti beni d’arte (per esempio le città d’arte, Mossetto, 1992) hanno natura di beni pubblici, per i quali non è possibile definire alcun prezzo di mercato. La valutazione di tali beni non è quindi semplice: la disponibilità a pagare per un certo intervento – e quindi la rilevanza di un eventuale intervento pubblico sul bene - varia in modo considerevole a seconda dell’ambito considerato, per esempio tra gruppi di agenti e territorio geografico (Santagata e Signorello, 2000). In Italia, questi aspetti si inseriscono in un peculiare contesto istituzionale, nel quale per i beni culturali, beni d’arte che costituiscono il patrimonio nazionale, si distingue tra tutela e valorizzazione. In un’accezione ristretta, la sola tutela impedisce modificazioni del bene stesso, ma non garantisce il mantenimento dello status quo: un bene tutelato può infatti essere soggetto ad obsolescenza fisica e artistica. Peraltro, la tutela può essere intesa come azione di mantenimento ...

ANALISI E VALUTAZIONE ECONOMICA DEI BENI CULTURALI

CANDELA, GUIDO
2004

Abstract

L’analisi della valorizzazione dei beni d’arte comporta difficoltà peculiari, riconosciute fin dalle origini dell’economia politica, da David Ricardo e Alfred Marshall. Per questi beni, infatti, nel breve periodo l’offerta è assolutamente fissa (escludendo la produzione di falsi) e il prezzo di mercato dipende esclusivamente dal livello della domanda. Il prezzo di lungo periodo, che su mercati di prodotti omogenei - in assenza di fattori limitanti - è ricondotto nel lungo periodo ai costi di produzione, per il bene d’arte è in genere sganciato da questo elemento; in molti casi il suo costo di produzione è risibile rispetto al valore di mercato. Peraltro, questo non significa che per tali beni non sia possibile parlare di fondamentali, ma piuttosto i fondamentali sono convenzionali, riflessi di consuetudini sociali, d’interazioni tra le valutazioni individuali e di categorie analitiche che, nell’ottica di alcuni operatori del settore, sono considerate esterne all’economia: nella sua forma più cruda viene detto che per un’opera d’arte non può esserci un prezzo (inteso marshallianamente come valore). Dati questi presupposti, le analisi sulla valutazione dei beni artistici si sono concentrate sulle caratteristiche della domanda dei beni d’arte, e sul “valore” monetario di ciascuna caratteristica artistica (metodo della regressione edonica); sull’aggregazione di dipinti simili secondo alcune caratteristiche definite a priori (metodo del dipinto medio) o sulla identificazione di criteri statistici di similarità (metodo del dipinto rappresentativo); infine, sulla valutazione dei soli rendimenti di dipinti scambiati sul mercato per due o più volte, riducendo il problema dell’eterogeneità (metodo della vendita ripetuta). Trattando di beni voluttuari, la cui domanda è soggetta a mode e consuetudini, beni unici altamente eterogenei, spesso “scambiati” poco frequentemente, non sorprende che la dinamica dei relativi prezzi (osservati o imputati) si caratterizzi per le forti fluttuazioni, qualora essa sia spiegata esclusivamente da variabili economiche. Ma la determinazione del prezzo del bene d’arte non può prescindere dalle sue peculiarità - anche se di difficile valutazione analitica - ma che nondimeno risultano cruciali nella valutazione complessiva, quali il valore d’esistenza ed il valore d’opzione del bene d’arte. Un altro elemento peculiare del mercato dell’arte è la presenza di effetti sociali, spesso espressi nei tradizionali termini delle esternalità, sia in termini d’interazione tra fruitori del bene d’arte, per esempio, gli effetti moda, sia tra beni d’arte stessi, per cui il valore monetario della collezione di un museo non è solo la somma dei prezzi dei dipinti che costituiscono la collezione ma in alcuni casi la presenza di un dipinto accresce il valore di un altro dipinto o di un’intera collezione; in altri casi, comunque, aggiungere un certo dipinto, fin troppo simile ai precedenti potrebbe svilire le caratteristiche di unicità della collezione. Infine, molti beni d’arte (per esempio le città d’arte, Mossetto, 1992) hanno natura di beni pubblici, per i quali non è possibile definire alcun prezzo di mercato. La valutazione di tali beni non è quindi semplice: la disponibilità a pagare per un certo intervento – e quindi la rilevanza di un eventuale intervento pubblico sul bene - varia in modo considerevole a seconda dell’ambito considerato, per esempio tra gruppi di agenti e territorio geografico (Santagata e Signorello, 2000). In Italia, questi aspetti si inseriscono in un peculiare contesto istituzionale, nel quale per i beni culturali, beni d’arte che costituiscono il patrimonio nazionale, si distingue tra tutela e valorizzazione. In un’accezione ristretta, la sola tutela impedisce modificazioni del bene stesso, ma non garantisce il mantenimento dello status quo: un bene tutelato può infatti essere soggetto ad obsolescenza fisica e artistica. Peraltro, la tutela può essere intesa come azione di mantenimento ...
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