Il contributo rappresenta la definitiva messa a punto in merito all'iconologia del mare nel mondo etrusco, un tema di grande valenza simbolica documentato soprattutto in ambito funerario. La rappresentazione del mare e degli esseri marini pervade l’immaginario funerario degli Etruschi fin dall’VIII-VII sec. a.C. Nell’età delle grandi navigazioni mediterranee e della colonizzazione greca in Occidente, gli Etruschi riconoscono nel mare una sfida, ma anche un pericolo fatale e un limite geografico alla loro conoscenza del mondo. Il mare viene percepito come “spazio del limite”: è Oceano, che circonda gli estremi confini del mondo, separando ciò che è noto e umano da ciò che è “altro”. In quanto liminare, il mare è popolato da esseri dalla doppia natura (aerea e marina), talvolta fantastici, guide nell’attraversamento delle acque oppure minacce funeste per chi varca il limite dei confini della terra. L’attraversamento di questo spazio misterioso e pericoloso è ciò che attende il defunto al momento della sua morte, nel suo viaggio verso l’Aldilà. Egli lo compie a cavallo degli esseri marini, a bordo di una nave (talvolta guidata da Caronte) oppure, metaforicamente, lo compie accompagnato dalle divinità solari (Usil, il Sole e Thesan, l’Aurora) che quotidianamente sorgono dal mare, ne percorrono la superficie e vi si immergono la sera per poi ripetere senza fine questo ciclo, immagine rassicurante di una vita che si dispiega al di là del trauma della morte. A nessuna immagine marina presente in Etruria è estranea la dimensione principale della morte: la trasformazione. L’attraversamento del mare o, ancor più, il tuffo comportano ineluttabilmente una trasformazione che l’iconografia etrusca e il mito evidenziano. Chi si tuffa è già tramutato nella sua essenza. Tuffarsi in mare significa trasformarsi da uomo a delfino nell’atto stesso del tuffo e divenire una creatura capace di sopravvivere nell’aria e nell’acqua, di tuffarsi e di riemergere. Nel mito greco, rielaborato in Etruria sulla fronte del santuario emporico di Pyrgi, a tuffarsi in mare e a riemergerne come divinità sono Ino e Melicerte, trasformati negli dei Leucotea e Palemone, cari a naviganti.

Il mare nell'immaginario funebre degli Etruschi

PIZZIRANI, CHIARA
2014

Abstract

Il contributo rappresenta la definitiva messa a punto in merito all'iconologia del mare nel mondo etrusco, un tema di grande valenza simbolica documentato soprattutto in ambito funerario. La rappresentazione del mare e degli esseri marini pervade l’immaginario funerario degli Etruschi fin dall’VIII-VII sec. a.C. Nell’età delle grandi navigazioni mediterranee e della colonizzazione greca in Occidente, gli Etruschi riconoscono nel mare una sfida, ma anche un pericolo fatale e un limite geografico alla loro conoscenza del mondo. Il mare viene percepito come “spazio del limite”: è Oceano, che circonda gli estremi confini del mondo, separando ciò che è noto e umano da ciò che è “altro”. In quanto liminare, il mare è popolato da esseri dalla doppia natura (aerea e marina), talvolta fantastici, guide nell’attraversamento delle acque oppure minacce funeste per chi varca il limite dei confini della terra. L’attraversamento di questo spazio misterioso e pericoloso è ciò che attende il defunto al momento della sua morte, nel suo viaggio verso l’Aldilà. Egli lo compie a cavallo degli esseri marini, a bordo di una nave (talvolta guidata da Caronte) oppure, metaforicamente, lo compie accompagnato dalle divinità solari (Usil, il Sole e Thesan, l’Aurora) che quotidianamente sorgono dal mare, ne percorrono la superficie e vi si immergono la sera per poi ripetere senza fine questo ciclo, immagine rassicurante di una vita che si dispiega al di là del trauma della morte. A nessuna immagine marina presente in Etruria è estranea la dimensione principale della morte: la trasformazione. L’attraversamento del mare o, ancor più, il tuffo comportano ineluttabilmente una trasformazione che l’iconografia etrusca e il mito evidenziano. Chi si tuffa è già tramutato nella sua essenza. Tuffarsi in mare significa trasformarsi da uomo a delfino nell’atto stesso del tuffo e divenire una creatura capace di sopravvivere nell’aria e nell’acqua, di tuffarsi e di riemergere. Nel mito greco, rielaborato in Etruria sulla fronte del santuario emporico di Pyrgi, a tuffarsi in mare e a riemergerne come divinità sono Ino e Melicerte, trasformati negli dei Leucotea e Palemone, cari a naviganti.
Gli Etruschi e l'Aldilà. Il viaggio oltre la morte tra capolavori e realtà virtuale
70
79
C. Pizzirani
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