La competenza emotiva racchiude un ampio insieme di comportamenti appartenenti ad ambiti di esperienza molto diversi: si tratta infatti di una competenza molto complessa che implica elementi affettivi, valutazioni cognitive relative alle diverse situazioni ed alla propria esperienza emotiva, attribuzioni di intenzionalità al comportamento degli altri: vi è implicato, infatti, anche il riuscire a collegare le emozioni con i vari scenari entro cui si situano, afferrarne le ragioni, immaginarne le conseguenze. In alcuni casi, questo significa essere in grado di controllare l’espressione di sentimenti soggettivi, adottando consapevolmente espressioni emotive ‘di facciata’, o, come la definisce Saarni (1988) un “fronte emotivo” (emotional front), diverso dalle emozioni realmente provate. La discrepanza tra stato soggettivo e manifestazione esteriore delle emozioni si lega all’ambito più vasto della “gestione delle emozioni”, utilizzato in riferimento alla capacità di regolare volontariamente la propria esperienza emotiva monitorando il comportamento espressivo manifesto. Nell’infanzia, l’essere in grado di separare l’esperienza emotiva soggettiva dal comportamento espressivo manifesto permette al bambino di perseguire i propri scopi interpersonali ed emozionali, monitorando e ‘proteggendo’ l’immagine di Sé e gli effetti delle proprie espressioni emotive sull’interazione con gli altri. L’acquisizione di questo genere di competenza nella gestione delle emozioni presuppone anche buone capacità cognitive: la consapevolezza di se stessi e del proprio vissuto emozionale e un alto grado di controllo delle proprie strategie comunicative e sociali. Nella scelta delle emozioni che, deliberatamente, decidiamo di mostrare agli altri, gioca un ruolo importante la “teoria della mente” altrui, necessaria per immaginare o comprendere le aspettative dell’altro e selezionare le emozioni che possono essere esplicitate, sia in accordo alle “regole di manifestazione” sia in funzione del conseguimento di obiettivi sul piano sociale: “mentire o dissimulare implicano il fatto che il bambino possieda una conoscenza di se stesso, della propria mente e la conoscenza che gli altri hanno della sua mente. Questo pattern ricorsivo di conoscenza di sé e dell’altro forma le basi di una teoria della mente” (Lewis, 1993, p. 103). Nell’ambito scientifico delle teorie della mente esistono molti studi sulla capacità dei bambini di differenziare l’apparente dal ‘reale’, così come il nuovo ambito di indagine sulle bugie in età prescolare può contribuire ad illuminare i correlati cognitivi di questo tipo di abilità ( cfr. Battacchi, Battistelli, Celani, 1998). La capacità di regolare la manifestazione esteriore delle proprie emozioni in funzione dei propri obiettivi, all’interno di diversi scenari e partner nell’interazione sembra avere un ruolo centrale nel processo di adattamento sociale, poiché permette al bambino di adeguare in modo efficace le interazioni alle caratteristiche individuali degli altri. La ricerca sulla capacità di dissimulare le emozioni offre una prospettiva insolita, ma promettente, per esaminare la relazione tra teoria della mente, competenza sociale e competenza emotiva. Lo scopo del nostro lavoro è di indagare l’associazione tra status (popolare, rifiutato, neutro) nel gruppo dei pari e la capacità di dissimulare le emozioni, controllando un indicatore di rischio psicosociale quale il ruolo nel gruppo dei pari rispetto al fenomeno delle prepotenze.

Contesto sociale e competenza emotiva: la difficile arte di dissimulare le emozioni

BRIGHI, ANTONELLA
2005

Abstract

La competenza emotiva racchiude un ampio insieme di comportamenti appartenenti ad ambiti di esperienza molto diversi: si tratta infatti di una competenza molto complessa che implica elementi affettivi, valutazioni cognitive relative alle diverse situazioni ed alla propria esperienza emotiva, attribuzioni di intenzionalità al comportamento degli altri: vi è implicato, infatti, anche il riuscire a collegare le emozioni con i vari scenari entro cui si situano, afferrarne le ragioni, immaginarne le conseguenze. In alcuni casi, questo significa essere in grado di controllare l’espressione di sentimenti soggettivi, adottando consapevolmente espressioni emotive ‘di facciata’, o, come la definisce Saarni (1988) un “fronte emotivo” (emotional front), diverso dalle emozioni realmente provate. La discrepanza tra stato soggettivo e manifestazione esteriore delle emozioni si lega all’ambito più vasto della “gestione delle emozioni”, utilizzato in riferimento alla capacità di regolare volontariamente la propria esperienza emotiva monitorando il comportamento espressivo manifesto. Nell’infanzia, l’essere in grado di separare l’esperienza emotiva soggettiva dal comportamento espressivo manifesto permette al bambino di perseguire i propri scopi interpersonali ed emozionali, monitorando e ‘proteggendo’ l’immagine di Sé e gli effetti delle proprie espressioni emotive sull’interazione con gli altri. L’acquisizione di questo genere di competenza nella gestione delle emozioni presuppone anche buone capacità cognitive: la consapevolezza di se stessi e del proprio vissuto emozionale e un alto grado di controllo delle proprie strategie comunicative e sociali. Nella scelta delle emozioni che, deliberatamente, decidiamo di mostrare agli altri, gioca un ruolo importante la “teoria della mente” altrui, necessaria per immaginare o comprendere le aspettative dell’altro e selezionare le emozioni che possono essere esplicitate, sia in accordo alle “regole di manifestazione” sia in funzione del conseguimento di obiettivi sul piano sociale: “mentire o dissimulare implicano il fatto che il bambino possieda una conoscenza di se stesso, della propria mente e la conoscenza che gli altri hanno della sua mente. Questo pattern ricorsivo di conoscenza di sé e dell’altro forma le basi di una teoria della mente” (Lewis, 1993, p. 103). Nell’ambito scientifico delle teorie della mente esistono molti studi sulla capacità dei bambini di differenziare l’apparente dal ‘reale’, così come il nuovo ambito di indagine sulle bugie in età prescolare può contribuire ad illuminare i correlati cognitivi di questo tipo di abilità ( cfr. Battacchi, Battistelli, Celani, 1998). La capacità di regolare la manifestazione esteriore delle proprie emozioni in funzione dei propri obiettivi, all’interno di diversi scenari e partner nell’interazione sembra avere un ruolo centrale nel processo di adattamento sociale, poiché permette al bambino di adeguare in modo efficace le interazioni alle caratteristiche individuali degli altri. La ricerca sulla capacità di dissimulare le emozioni offre una prospettiva insolita, ma promettente, per esaminare la relazione tra teoria della mente, competenza sociale e competenza emotiva. Lo scopo del nostro lavoro è di indagare l’associazione tra status (popolare, rifiutato, neutro) nel gruppo dei pari e la capacità di dissimulare le emozioni, controllando un indicatore di rischio psicosociale quale il ruolo nel gruppo dei pari rispetto al fenomeno delle prepotenze.
La socializzazione in età prescolare. Competenze e percorsi evolutivi
117
136
Brighi A.
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