Sui cambiamenti di fondo dell’economia sono stati spesi fiumi di parole e di inchiostro. Dobbiamo, tuttavia, ricordare che è in atto un cambiamento radicale con cui ci stiamo confrontando e le radici del cambiamento sono, sostanzialmente, due. Da un lato, la conoscenza e l’informazione hanno assunto un ruolo fondamentale nei sistemi economici contemporanei. Questo genera, di per sé, una proiezione sul futuro che i sistemi passati sentivano meno pressante. Si tratta sempre di più di fare previsioni sul futuro e sulle strategie opportune di organizzazione della conoscenza, all’interno e all’esterno delle imprese: funzionali, da un lato, alla competitività, dall’altro, alla solidarietà, alla coesione e alla sostenibilità del sistema [Antonelli, Pegoretti, 2008]. Parallelamente, assistiamo ad un processo di frammentazione internazionale dei sistemi produttivi ed alla transizione da un commercio internazionale di ‘beni completi’ ad un commercio internazionale di ‘mansioni’ [Grossman, Rossi-Hansberg, 2006]. Il processo si manifesta a diversi livelli: (a) un livello micro, con le imprese che si delocalizzano e si destrutturano, cambiando profondamente le loro relazioni con il contesto territoriale; (b) un livello meso, con i sistemi locali di produzione, le reti di imprese che si trovano di fronte a nuove sfide e cambiamenti all’insegna dell’aertura internazionale; (c) un livello macro, con l’affermarsi della compresenza di più livelli di governo, che è una ricchezza apportata dalla sussidiarietà, ma anche un problema dal punto di vista del coordinamento complessivo. Questo cambiamento genera esigenze di coordinamento sistemico. Più che un confronto tra modelli in cui c’è da un lato la governance e dall’altro il governo, assistiamo ad un confronto di modelli intermedi non totalmente alternativi intesi come mix di forme di coordinamento differenziate nella gradazione di governance e di government, ma anche nella composizione della governance e/o della sussidiarietà orizzontale. Anche la nozione di ‘quasi mercato’ cambia e l’attenzione alle reti in cui si collocano strategie e comportamenti singoli diventa fondamentale. Se seguiamo, ad esempio, le catene del valore nella loro tipizzazione, vediamo effettivamente ad un estremo la catena del valore dominata dal mercato e, all’altro estremo, la catena del valore dominata dall’integrazione verticale, dalla gerarchia. Ma nel mezzo vediamo catene del valore come quella nota in letteratura col nome di modular value chain, in cui sostanzialmente è il rapporto tra chi offre e chi domanda un prodotto (ad es. nel settore delle macchine utensili) a generare l’interazione di mercato. Chi acquista una macchina utensile fornisce a chi gliela produce tutta una serie di informazioni fondamentali ai fini della costruzione della stessa, non acquista al supermercato un prodotto standardizzato, bensì acquista un prodotto altamente specifico. E questo genera forme di connessione che non sono banali, non sono trascurabili; quindi prezzo e reti tra offerenti il bene e domandanti il bene, che può essere in questo caso un bene intermedio, rendono il sistema di governance in qualche modo intermedio, tra il mercato e la integrazione verticale completa. Si possono individuare poi catene del valore relazionali. Queste sono importanti se pensiamo ai distretti industriali e agli agglomerati di piccole e medie imprese, oppure alle imprese etniche. Molta formazione professionale riguarda gli immigrati e gli immigrati sono in grado di creare imprese, utilizzando anche legami di prossimità spaziale, familiare, etnica che contribuiscono alla governance, nel senso della sussidiarietà orizzontale al sistema. Infine, si possono individuare le captive value chains, in cui piccoli offerenti del bene prodotto dipendono da più o meno grandi acquirenti, e si manifesta una situazione di potere asimmetrico in cui la governance del mercato viene assistita dalla gerarcia. Queste cinque tipologie di catene hanno a latere mercati del lavoro profondamente diversi, con fabbisogni altrettanto diversi, per cui il ragionamento sulla sussidiarietà orizzontale si complica molto, a seconda del tipo di reti che governano le diverse tipologie di sistemi locali del lavoro, mercati del lavoro. L’eterogeneità diventa fondamentale e questo pone problemi di approfondimento e di nuova apertura alla sussi-diarietà orizzontale. Se cambia profondamente la realtà, come la crisi in atto ci sta ribadendo i modo sempre più netto, devono cambiare in maggiore o minore misura anche gli strumenti di analisi che dobbiamo adottare. Ma qual è l’eredità scientifica da cui possiamo partire per verificarne la consistenza e progettarne i progressi, come fece Keynes con l’apparato analitico allora esistente dopo la grande crisi del 1929? L’evoluzione delle idee sulle prescrizioni più utili per migliorare le istituzioni economiche e l’economia reale sul piano internazionale, nazionale e locale è contraddistinta, sin dalle origini del pensiero economico, da un’oscillazione continua tra due scuole di pensiero: i sostenitori del libero mercato (o liberisti) e i sostenitori dell’intervento pubblico (o interventisti). Il dibattito tra queste due scuole ha radici fondamentalmente ideologiche e caratteri di economia normativa. Ma ha spesso dato luogo a contributi di economia positiva, volti ad approfondire ed arricchire la controversia con strumenti analitici via via nuovi. Tale dibattito e la sua traduzione in termini di prescrizioni utili all’adozione di politiche di sviluppo efficaci rappresenta l’eredità scientifica che abbiamo ricevuto in dote prima della crisi globale che sta cambiando radicalmente la realtà economica mondiale e locale. Questo lavoro si propone delineare a grandi linee, tramite un’analisi della letteratura economica rilevante, i contorni di tale eredità. I sostenitori del libero mercato puntano sul fatto che i mercati perfettamente concorrenziali garantiscono condizioni di efficienza nel consumo, di efficienza nella produzione e di compatibilità tra consumo e produzione [Haiek, 1945; Friedman, 1962]. Il sostegno del libero mercato trova il suo fondamento più solido nei due teoremi dell’economia del benessere. Il primo assicura che ogni equilibrio perfettamente concorrenziale è un ottimo paretiano; ilsecondo assicura che ogni allocazione Pareto-ottimale può essere raggiunta come equilibrio perfettamente concorrenziale a partire da un’opportuna redistribuzione del reddito. I sostenitori dell’intervento pubblico fondano le loro argomentazioni su tre considerazioni principali. Anzitutto, il controllo del ciclo economico serve a contenere i rischi e i costi connessi ad una crescita senza regole [Keynes, 1936]. In secondo luogo, la conoscenza della dinamica strutturale e dell’evoluzione dei sistemi economici aiuta a identificare le spinte e gli stimoli funzionali all’aumento del potenziale di crescita futuro che, unitamente all’oculato sfruttamento del potenziale presente, è in grado di genere maggiori opportunità di sviluppo [Pasinetti, 1989; Abramovitz, 1989]. In terzo luogo, dato che ogni configurazione di equilibrio generale effettivamente raggiunta dipende dalle dotazioni iniziali degli agenti, essa può comportare anche forti disuguaglianze. L’intervento pubblico in economia può, quindi, essere desiderabile dal punto di vista etico, anche se induce a sacrificare parte dell’efficienza, a favore di una maggiore equità [Rawls, 1971]. Queste due visioni del mondo si sono variamente cimentate nell’individuazione delle cause nodali di inefficienza, disuguaglianza e crisi, nonché nella messa a punto di strumenti di intervento appropriati. Ne sono scaturite soluzioni private e forme di intervento pubblico, che costituiscono le due principali tipologie di azione nella scatola degli attrezzi dell’economista e che vengono messe in atto a volte in alternativa e a volte in modo complementare. Nel seguito di questo lavoro analizzeremo dapprima in cosa consistono, in generale, i fallimenti del mercato, del Governo (o dello Stato) e dei sistemi economico-istituzionali. Successivamente studieremo come le esternalità modificano i comportamenti degli agenti e le conseguenti configurazioni di equilibrio. Infine, prenderemo in esame i beni pubblici, evidenziando anche come essi costituiscano un caso speciale di esternalità. In entrambi i casi discuteremo quelle che sono le principali risposte di politica economica.

Eredità scientifica: politiche di sviluppo e fallimenti di mercato e governo

ANTONELLI, GILBERTO
2009

Abstract

Sui cambiamenti di fondo dell’economia sono stati spesi fiumi di parole e di inchiostro. Dobbiamo, tuttavia, ricordare che è in atto un cambiamento radicale con cui ci stiamo confrontando e le radici del cambiamento sono, sostanzialmente, due. Da un lato, la conoscenza e l’informazione hanno assunto un ruolo fondamentale nei sistemi economici contemporanei. Questo genera, di per sé, una proiezione sul futuro che i sistemi passati sentivano meno pressante. Si tratta sempre di più di fare previsioni sul futuro e sulle strategie opportune di organizzazione della conoscenza, all’interno e all’esterno delle imprese: funzionali, da un lato, alla competitività, dall’altro, alla solidarietà, alla coesione e alla sostenibilità del sistema [Antonelli, Pegoretti, 2008]. Parallelamente, assistiamo ad un processo di frammentazione internazionale dei sistemi produttivi ed alla transizione da un commercio internazionale di ‘beni completi’ ad un commercio internazionale di ‘mansioni’ [Grossman, Rossi-Hansberg, 2006]. Il processo si manifesta a diversi livelli: (a) un livello micro, con le imprese che si delocalizzano e si destrutturano, cambiando profondamente le loro relazioni con il contesto territoriale; (b) un livello meso, con i sistemi locali di produzione, le reti di imprese che si trovano di fronte a nuove sfide e cambiamenti all’insegna dell’aertura internazionale; (c) un livello macro, con l’affermarsi della compresenza di più livelli di governo, che è una ricchezza apportata dalla sussidiarietà, ma anche un problema dal punto di vista del coordinamento complessivo. Questo cambiamento genera esigenze di coordinamento sistemico. Più che un confronto tra modelli in cui c’è da un lato la governance e dall’altro il governo, assistiamo ad un confronto di modelli intermedi non totalmente alternativi intesi come mix di forme di coordinamento differenziate nella gradazione di governance e di government, ma anche nella composizione della governance e/o della sussidiarietà orizzontale. Anche la nozione di ‘quasi mercato’ cambia e l’attenzione alle reti in cui si collocano strategie e comportamenti singoli diventa fondamentale. Se seguiamo, ad esempio, le catene del valore nella loro tipizzazione, vediamo effettivamente ad un estremo la catena del valore dominata dal mercato e, all’altro estremo, la catena del valore dominata dall’integrazione verticale, dalla gerarchia. Ma nel mezzo vediamo catene del valore come quella nota in letteratura col nome di modular value chain, in cui sostanzialmente è il rapporto tra chi offre e chi domanda un prodotto (ad es. nel settore delle macchine utensili) a generare l’interazione di mercato. Chi acquista una macchina utensile fornisce a chi gliela produce tutta una serie di informazioni fondamentali ai fini della costruzione della stessa, non acquista al supermercato un prodotto standardizzato, bensì acquista un prodotto altamente specifico. E questo genera forme di connessione che non sono banali, non sono trascurabili; quindi prezzo e reti tra offerenti il bene e domandanti il bene, che può essere in questo caso un bene intermedio, rendono il sistema di governance in qualche modo intermedio, tra il mercato e la integrazione verticale completa. Si possono individuare poi catene del valore relazionali. Queste sono importanti se pensiamo ai distretti industriali e agli agglomerati di piccole e medie imprese, oppure alle imprese etniche. Molta formazione professionale riguarda gli immigrati e gli immigrati sono in grado di creare imprese, utilizzando anche legami di prossimità spaziale, familiare, etnica che contribuiscono alla governance, nel senso della sussidiarietà orizzontale al sistema. Infine, si possono individuare le captive value chains, in cui piccoli offerenti del bene prodotto dipendono da più o meno grandi acquirenti, e si manifesta una situazione di potere asimmetrico in cui la governance del mercato viene assistita dalla gerarcia. Queste cinque tipologie di catene hanno a latere mercati del lavoro profondamente diversi, con fabbisogni altrettanto diversi, per cui il ragionamento sulla sussidiarietà orizzontale si complica molto, a seconda del tipo di reti che governano le diverse tipologie di sistemi locali del lavoro, mercati del lavoro. L’eterogeneità diventa fondamentale e questo pone problemi di approfondimento e di nuova apertura alla sussi-diarietà orizzontale. Se cambia profondamente la realtà, come la crisi in atto ci sta ribadendo i modo sempre più netto, devono cambiare in maggiore o minore misura anche gli strumenti di analisi che dobbiamo adottare. Ma qual è l’eredità scientifica da cui possiamo partire per verificarne la consistenza e progettarne i progressi, come fece Keynes con l’apparato analitico allora esistente dopo la grande crisi del 1929? L’evoluzione delle idee sulle prescrizioni più utili per migliorare le istituzioni economiche e l’economia reale sul piano internazionale, nazionale e locale è contraddistinta, sin dalle origini del pensiero economico, da un’oscillazione continua tra due scuole di pensiero: i sostenitori del libero mercato (o liberisti) e i sostenitori dell’intervento pubblico (o interventisti). Il dibattito tra queste due scuole ha radici fondamentalmente ideologiche e caratteri di economia normativa. Ma ha spesso dato luogo a contributi di economia positiva, volti ad approfondire ed arricchire la controversia con strumenti analitici via via nuovi. Tale dibattito e la sua traduzione in termini di prescrizioni utili all’adozione di politiche di sviluppo efficaci rappresenta l’eredità scientifica che abbiamo ricevuto in dote prima della crisi globale che sta cambiando radicalmente la realtà economica mondiale e locale. Questo lavoro si propone delineare a grandi linee, tramite un’analisi della letteratura economica rilevante, i contorni di tale eredità. I sostenitori del libero mercato puntano sul fatto che i mercati perfettamente concorrenziali garantiscono condizioni di efficienza nel consumo, di efficienza nella produzione e di compatibilità tra consumo e produzione [Haiek, 1945; Friedman, 1962]. Il sostegno del libero mercato trova il suo fondamento più solido nei due teoremi dell’economia del benessere. Il primo assicura che ogni equilibrio perfettamente concorrenziale è un ottimo paretiano; ilsecondo assicura che ogni allocazione Pareto-ottimale può essere raggiunta come equilibrio perfettamente concorrenziale a partire da un’opportuna redistribuzione del reddito. I sostenitori dell’intervento pubblico fondano le loro argomentazioni su tre considerazioni principali. Anzitutto, il controllo del ciclo economico serve a contenere i rischi e i costi connessi ad una crescita senza regole [Keynes, 1936]. In secondo luogo, la conoscenza della dinamica strutturale e dell’evoluzione dei sistemi economici aiuta a identificare le spinte e gli stimoli funzionali all’aumento del potenziale di crescita futuro che, unitamente all’oculato sfruttamento del potenziale presente, è in grado di genere maggiori opportunità di sviluppo [Pasinetti, 1989; Abramovitz, 1989]. In terzo luogo, dato che ogni configurazione di equilibrio generale effettivamente raggiunta dipende dalle dotazioni iniziali degli agenti, essa può comportare anche forti disuguaglianze. L’intervento pubblico in economia può, quindi, essere desiderabile dal punto di vista etico, anche se induce a sacrificare parte dell’efficienza, a favore di una maggiore equità [Rawls, 1971]. Queste due visioni del mondo si sono variamente cimentate nell’individuazione delle cause nodali di inefficienza, disuguaglianza e crisi, nonché nella messa a punto di strumenti di intervento appropriati. Ne sono scaturite soluzioni private e forme di intervento pubblico, che costituiscono le due principali tipologie di azione nella scatola degli attrezzi dell’economista e che vengono messe in atto a volte in alternativa e a volte in modo complementare. Nel seguito di questo lavoro analizzeremo dapprima in cosa consistono, in generale, i fallimenti del mercato, del Governo (o dello Stato) e dei sistemi economico-istituzionali. Successivamente studieremo come le esternalità modificano i comportamenti degli agenti e le conseguenti configurazioni di equilibrio. Infine, prenderemo in esame i beni pubblici, evidenziando anche come essi costituiscano un caso speciale di esternalità. In entrambi i casi discuteremo quelle che sono le principali risposte di politica economica.
Per una fondazione teorica delle politiche di sviluppo economico delle aree montane. Unioni territoriali tra fallimenti di mercato e fallimenti sistemici
34
73
G. Antonelli
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