Molti dei lavori di Hayashi Fumiko林芙美子 (1903-1951) si occupano di problemi legati al ruolo e alla posizione della donna all’interno di una società di impronta ancora inesorabilmente patriarcale, matrimonio, aborto, gravidanze indesiderate. Le sue protagoniste spesso vivono ai margini della società (la stessa Hayashi era di bassa estrazione sociale, e per di più figlia illegittima), sono donne che svolgono lavori non tradizionali, in fabbrica o nei caffè, e lottano duramente per sopravvivere, per affermarsi, per vivere una vita al di fuori dagli schemi e dai modelli prestabiliti. Iconoclasta e anticonformista nelle scelte, nelle sue pagine, soprattutto in quelle delle opere della maturità, aleggia un pessimismo destinato a farsi via via più cupo con lo scorrere degli anni. Fra i lavori che pubblica negli anni del dopoguerra, il più famoso è senz’altro Ukigumo: considerato dalla critica il suo capolavoro, nasce da una serie di viaggi dell’autrice nel sud-est asiatico nell’ambito delle missioni governative ufficiali in quelle che allora erano colonie. Al cuore della narrazione, ancora una volta, non è la Storia, ma una storia fra le tante, e l’empatia dell’autrice per l’umanità smarrita e dolente sopravvissuta al trauma della sconfitta, in un paese prostrato, soffocato dalle macerie morali e materiali. Il romanzo racconta la storia di una giovane donna sola, Yukiko, che decide di dare il suo contributo allo sforzo bellico durante la seconda guerra mondiale prestando servizio in Indocina come dattilografa presso il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Qui si innamora di Tomioka, un ufficiale, e inizia una relazione con lui. L’uomo in Giappone ha moglie e figli, ma le promette che, non appena ritorneranno in patria, chiederà il divorzio per sposarla. Dopo il rimpatrio, tuttavia, Yukiko scopre che il suo amante non ha nessuna intenzione di mantenere la promessa, e la loro relazione lentamente si deteriora. Ma Ukigumo è molto di più che il racconto della fine di un amore: è l’amaro ritratto del fallimento del sogno imperialista, inscritto nel corpo di chi l’ha vissuto sulla propria pelle; un corpo di donna, che vive lo sgretolarsi delle colonie e del miraggio di un’impossibile emancipazione. La parabola di Yukiko simboleggia quella di un’intera generazione e, in parte, di Hayashi stessa: nonostante l’origine provinciale e l’umile estrazione sociale, ha accesso a un’istruzione superiore – di fatto, si trasferisce a Tokyo per frequentare una scuola per dattilografe – e aspira a realizzarsi sia sul piano professionale che su quello personale, come tante altre giovani donne abbacinate dalle nuove opportunità di lavoro e dalle promettenti trasformazioni dello stile di vita che l’espansione economica conseguente all’occupazione della Manciuria prima e del sud-est asiatico poi avevano contribuito ad accelerare. Le donne erano chiamate adesso a partecipare allo sforzo bellico: come “buone mogli e sagge madri” erano l’utero fecondo del corpo nazionale, che necessitava di giovani soldati per realizzare il proprio sogno espansionistico; come forza lavoro dell’industria di guerra di quello stesso corpo erano semplicemente le braccia.

Paradisi perduti: disillusione e perdita dell’innocenza nell’ultima produzione di Hayashi Fumiko

SCROLAVEZZA, PAOLA
2013

Abstract

Molti dei lavori di Hayashi Fumiko林芙美子 (1903-1951) si occupano di problemi legati al ruolo e alla posizione della donna all’interno di una società di impronta ancora inesorabilmente patriarcale, matrimonio, aborto, gravidanze indesiderate. Le sue protagoniste spesso vivono ai margini della società (la stessa Hayashi era di bassa estrazione sociale, e per di più figlia illegittima), sono donne che svolgono lavori non tradizionali, in fabbrica o nei caffè, e lottano duramente per sopravvivere, per affermarsi, per vivere una vita al di fuori dagli schemi e dai modelli prestabiliti. Iconoclasta e anticonformista nelle scelte, nelle sue pagine, soprattutto in quelle delle opere della maturità, aleggia un pessimismo destinato a farsi via via più cupo con lo scorrere degli anni. Fra i lavori che pubblica negli anni del dopoguerra, il più famoso è senz’altro Ukigumo: considerato dalla critica il suo capolavoro, nasce da una serie di viaggi dell’autrice nel sud-est asiatico nell’ambito delle missioni governative ufficiali in quelle che allora erano colonie. Al cuore della narrazione, ancora una volta, non è la Storia, ma una storia fra le tante, e l’empatia dell’autrice per l’umanità smarrita e dolente sopravvissuta al trauma della sconfitta, in un paese prostrato, soffocato dalle macerie morali e materiali. Il romanzo racconta la storia di una giovane donna sola, Yukiko, che decide di dare il suo contributo allo sforzo bellico durante la seconda guerra mondiale prestando servizio in Indocina come dattilografa presso il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Qui si innamora di Tomioka, un ufficiale, e inizia una relazione con lui. L’uomo in Giappone ha moglie e figli, ma le promette che, non appena ritorneranno in patria, chiederà il divorzio per sposarla. Dopo il rimpatrio, tuttavia, Yukiko scopre che il suo amante non ha nessuna intenzione di mantenere la promessa, e la loro relazione lentamente si deteriora. Ma Ukigumo è molto di più che il racconto della fine di un amore: è l’amaro ritratto del fallimento del sogno imperialista, inscritto nel corpo di chi l’ha vissuto sulla propria pelle; un corpo di donna, che vive lo sgretolarsi delle colonie e del miraggio di un’impossibile emancipazione. La parabola di Yukiko simboleggia quella di un’intera generazione e, in parte, di Hayashi stessa: nonostante l’origine provinciale e l’umile estrazione sociale, ha accesso a un’istruzione superiore – di fatto, si trasferisce a Tokyo per frequentare una scuola per dattilografe – e aspira a realizzarsi sia sul piano professionale che su quello personale, come tante altre giovani donne abbacinate dalle nuove opportunità di lavoro e dalle promettenti trasformazioni dello stile di vita che l’espansione economica conseguente all’occupazione della Manciuria prima e del sud-est asiatico poi avevano contribuito ad accelerare. Le donne erano chiamate adesso a partecipare allo sforzo bellico: come “buone mogli e sagge madri” erano l’utero fecondo del corpo nazionale, che necessitava di giovani soldati per realizzare il proprio sogno espansionistico; come forza lavoro dell’industria di guerra di quello stesso corpo erano semplicemente le braccia.
I dieci colori dell'eleganza. Saggi in onore di Maria Teresa Orsi
511
525
P. Scrolavezza
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