Contributo teso a portare in luce in forma dialogica le principali direttrici interpretative sottese all’allestimento dell’edizione teatrale de “Lo zio / Der Onkel” di Franco Branciaroli, diretto da chi scrive per il Teatro Stabile di Torino e il Teatro de gli Incamminati, debuttato il 25 gennaio del 2005 presso il Teatro Gobetti di Torino. Il breve testo chiarisce come al fondo dello spettacolo citato stia un’analisi dei rapporti che si possono dare tra gli apparati (meta-)teatrali di ascendenza barocca e i meccanismi di rimozione della coscienza storica da cui sembra tentata certa cultura contemporanea (con attenzione specifica alla questione della negazione della shoah). Acclarato che il copione de “Lo zio” si dà come enciclopedia farsesca di generi – tragedia, dramma barocco, sacra rappresentazione, commedia di conversazione, spy story, dramma a chiave incentrato sulla vicenda di Eichmann, dramma borghese di ascendenza ibseniana –, lo scritto tenta di render conto di come alcuni emblemi della cultura barocca, dallo specchio alla serra passando per il topos del teatro come metafora del mondo, possano servire a riflettere scenicamente sul depotenziamento dell’idea di ‘realtà’ che caratterizza la cultura contemporanea e su come questo depotenziamento si presti a pericolose strumentalizzazioni ideologiche. Per questa via, la messa in scena torinese de “Lo zio” si offre come possibile modello per un teatro politico postmoderno, un teatro, cioè, che sappia coniugare l’engagement con la liquidazione delle ideologie ostentata da tanta cultura contemporanea.

Una scena allo specchio, intervista a Claudio Longhi

LONGHI, CLAUDIO
2005

Abstract

Contributo teso a portare in luce in forma dialogica le principali direttrici interpretative sottese all’allestimento dell’edizione teatrale de “Lo zio / Der Onkel” di Franco Branciaroli, diretto da chi scrive per il Teatro Stabile di Torino e il Teatro de gli Incamminati, debuttato il 25 gennaio del 2005 presso il Teatro Gobetti di Torino. Il breve testo chiarisce come al fondo dello spettacolo citato stia un’analisi dei rapporti che si possono dare tra gli apparati (meta-)teatrali di ascendenza barocca e i meccanismi di rimozione della coscienza storica da cui sembra tentata certa cultura contemporanea (con attenzione specifica alla questione della negazione della shoah). Acclarato che il copione de “Lo zio” si dà come enciclopedia farsesca di generi – tragedia, dramma barocco, sacra rappresentazione, commedia di conversazione, spy story, dramma a chiave incentrato sulla vicenda di Eichmann, dramma borghese di ascendenza ibseniana –, lo scritto tenta di render conto di come alcuni emblemi della cultura barocca, dallo specchio alla serra passando per il topos del teatro come metafora del mondo, possano servire a riflettere scenicamente sul depotenziamento dell’idea di ‘realtà’ che caratterizza la cultura contemporanea e su come questo depotenziamento si presti a pericolose strumentalizzazioni ideologiche. Per questa via, la messa in scena torinese de “Lo zio” si offre come possibile modello per un teatro politico postmoderno, un teatro, cioè, che sappia coniugare l’engagement con la liquidazione delle ideologie ostentata da tanta cultura contemporanea.
Lo Zio - Der Onkel
15
23
P. Bologna; C. Longhi
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