La monografia qui presentata è un’opera di idrogeologia “povera”. Nella monografia vengono presentati i risultati di una ricerca scientifica di “idrogeologia”, progettata, finanziata ed eseguita secondo lo spirito di un approccio geologico applicativo, e quindi quantitativo. Al tempo stesso, l’idrogeologia coinvolta è definibile come “povera” perché gli acquiferi oggetto di studio non sono considerati corpi idrici significativi in senso assoluto, come lo possono essere quelli ghiaiosi e sabbiosi della pianura o le rocce carsiche e vulcaniche di molte aree alpine e appenniniche. L’oggetto della ricerca è infatti rivolto alle torbiditi, rocce sedimentarie di origine marina, costituenti l’ossatura principale dell’Appennino settentrionale (e quindi anche dell’Appennino emiliano-romagnolo), che sono sempre state oggetto di numerosi studi geologici di interesse internazionale ma che non hanno mai ricevuto alcuna attenzione da chi si occupa di acque sotterranee. Che interesse infatti potevano avere sorgenti appenniniche con portate di pochi litri al secondo (in morbida) alimentanti piccoli acquedotti rurali, se non frazioni isolate, se non addirittura abbeveratoi e fontane? Che interesse potevano avere, per l’analisi della consistenza delle risorse idriche, torrenti montani con portate estive di decine di litri al secondo al massimo, pensati tutt’al più come fonti di svago o di ricreazione ambientale, pesca inclusa? E tali domande sorgono spontanee se si pensa, in tema di captazioni di acqua sotterranea e come termine di raffronto, alla vicinanza dei campi pozzi di pianura di molte città emiliane oppure, in tema di derivazioni di acqua superficiale, al Fiume Po. Bene, assodato, quindi, che l’idrogeologia delle torbiditi sia certamente “povera” in termini quantitativi e relativi rispetto ad altre realtà, però vorrei sviluppare il concetto di quanto sia “preziosa” l’acqua sotterranea dell’Appennino emilianoromagnolo, e in termini assoluti, questa volta, e non relativi. Il suo pregio, che è ciò che ha spinto Raffaele Pignone del Servizio Geologico, Simico e dei Suoli della Regione Emilia-Romagna nel 2002 a finanziare questo studio, e anche ciò che poi ha spinto tutti gli autori, che qui rappresento, a fare lo sforzo, non semplice, di sintetizzare una notevole e variegata mole di lavoro in un’opera monografica come quella qui presentata, risiede in 2 aspetti, uno idrogeo-politico (mi sia concesso questo termine) e uno scientifico. Aspetto idrogeo-politico: le acque sotterranee dell’Appennino emiliano-romagnolo, le acque della “montagna”, sono la risorsa idrica di maggior pregio di tutta la regione, anche se volumetricamente meno consistenti di quelle di pianura. E in un contesto di sfruttamento della risorsa in cui le acque di pianura sono aggredite da (o sono cause esse stesse di) salinizzazione, inquinamento, problematiche di subsidenza, il “pregio” dell’acqua di montagna risalta di più. E inoltre: povera, sì, spesso, ma non sempre. Il sistema di tunnel TAV della linea Firenze-Bologna, nel tratto toscano, con un drenaggio operato su ammassi rocciosi torbiditici, quindi “poveri” secondo il comune sentire, drena circa 500 l/s, al minimo (quindi in condizioni di magra), di acque montane di ottima qualità, in grado di soddisfare un acquedotto di una città emiliana capoluogo (nell’ordine dei 100.000-150.000 abitanti). Aspetto scientifico: qui sono ancora provocatorio. Studiare l’idrogeologia “ricca” è più facile; studiare quella “povera” è una sfida. A tutt'oggi non esiste un approccio codificato di studio dell'idrogeologia delle torbiditi e l'opera proposta risponde a questa sfida.

Alto Bacino del Fiume Montone. Cartografia idrogeologica per la protezione delle risorse idriche sotterranee nelle unità torbiditiche

GARGINI, ALESSANDRO;
2012

Abstract

La monografia qui presentata è un’opera di idrogeologia “povera”. Nella monografia vengono presentati i risultati di una ricerca scientifica di “idrogeologia”, progettata, finanziata ed eseguita secondo lo spirito di un approccio geologico applicativo, e quindi quantitativo. Al tempo stesso, l’idrogeologia coinvolta è definibile come “povera” perché gli acquiferi oggetto di studio non sono considerati corpi idrici significativi in senso assoluto, come lo possono essere quelli ghiaiosi e sabbiosi della pianura o le rocce carsiche e vulcaniche di molte aree alpine e appenniniche. L’oggetto della ricerca è infatti rivolto alle torbiditi, rocce sedimentarie di origine marina, costituenti l’ossatura principale dell’Appennino settentrionale (e quindi anche dell’Appennino emiliano-romagnolo), che sono sempre state oggetto di numerosi studi geologici di interesse internazionale ma che non hanno mai ricevuto alcuna attenzione da chi si occupa di acque sotterranee. Che interesse infatti potevano avere sorgenti appenniniche con portate di pochi litri al secondo (in morbida) alimentanti piccoli acquedotti rurali, se non frazioni isolate, se non addirittura abbeveratoi e fontane? Che interesse potevano avere, per l’analisi della consistenza delle risorse idriche, torrenti montani con portate estive di decine di litri al secondo al massimo, pensati tutt’al più come fonti di svago o di ricreazione ambientale, pesca inclusa? E tali domande sorgono spontanee se si pensa, in tema di captazioni di acqua sotterranea e come termine di raffronto, alla vicinanza dei campi pozzi di pianura di molte città emiliane oppure, in tema di derivazioni di acqua superficiale, al Fiume Po. Bene, assodato, quindi, che l’idrogeologia delle torbiditi sia certamente “povera” in termini quantitativi e relativi rispetto ad altre realtà, però vorrei sviluppare il concetto di quanto sia “preziosa” l’acqua sotterranea dell’Appennino emilianoromagnolo, e in termini assoluti, questa volta, e non relativi. Il suo pregio, che è ciò che ha spinto Raffaele Pignone del Servizio Geologico, Simico e dei Suoli della Regione Emilia-Romagna nel 2002 a finanziare questo studio, e anche ciò che poi ha spinto tutti gli autori, che qui rappresento, a fare lo sforzo, non semplice, di sintetizzare una notevole e variegata mole di lavoro in un’opera monografica come quella qui presentata, risiede in 2 aspetti, uno idrogeo-politico (mi sia concesso questo termine) e uno scientifico. Aspetto idrogeo-politico: le acque sotterranee dell’Appennino emiliano-romagnolo, le acque della “montagna”, sono la risorsa idrica di maggior pregio di tutta la regione, anche se volumetricamente meno consistenti di quelle di pianura. E in un contesto di sfruttamento della risorsa in cui le acque di pianura sono aggredite da (o sono cause esse stesse di) salinizzazione, inquinamento, problematiche di subsidenza, il “pregio” dell’acqua di montagna risalta di più. E inoltre: povera, sì, spesso, ma non sempre. Il sistema di tunnel TAV della linea Firenze-Bologna, nel tratto toscano, con un drenaggio operato su ammassi rocciosi torbiditici, quindi “poveri” secondo il comune sentire, drena circa 500 l/s, al minimo (quindi in condizioni di magra), di acque montane di ottima qualità, in grado di soddisfare un acquedotto di una città emiliana capoluogo (nell’ordine dei 100.000-150.000 abitanti). Aspetto scientifico: qui sono ancora provocatorio. Studiare l’idrogeologia “ricca” è più facile; studiare quella “povera” è una sfida. A tutt'oggi non esiste un approccio codificato di studio dell'idrogeologia delle torbiditi e l'opera proposta risponde a questa sfida.
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Piccinini L.; Gargini A.; Martelli L.; Vincenzi V.; De Nardo M.T.
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