Il periodo a cavallo tra anni Venti e Trenta costituisce per il dibattito italiano sul cinema un momento di sensibile discontinuità. Le suggestioni tardosimboliste e futuriste di un Canudo o di un Luciani lasciano il posto a un nuovo paradigma estetico ispirato al pensiero di Benedetto Croce. Quella che nel 1933 Ragghianti definisce «la mobilitazione della critica crociana» muove i suoi primi passi già nel 1926, negli articoli di Antonello Gerbi , per trasformarsi rapidamente in un dibattito assai ricco e partecipato. Si tratta, come è stato spesso notato, di un’impostazione concettuale ben poco favorevole alla valorizzazione estetica del cinema, di un paradigma neoidealista all’interno del quale il ruolo della teoria si riduce in pratica a quello di legittimare il film in quanto oggetto artistico. La concezione crociana dell’arte come intuizione-espressione - dove l’elemento materiale, tecnico-espressivo, si trova a essere, più ancora che controllato, addirittura assorbito nel momento puramente spirituale dell’intuizione – conduce un’intera generazione di studiosi a concentrare gran parte delle energie allo scopo di giustificare il ruolo palesemente centrale giocato dalla tecnica nel processo di composizione del film. Croce romperà il suo silenzio a proposito del cinema e dei tentativi fatti dai suoi numerosi allievi per riabilitarlo sul piano estetico solo nel 1948, con la nota, lapidaria sentenza: «se un film si sente e si giudica bello, ha il suo pieno diritto e non c’è altro da dire», pronunciata a seguito di un tenace lavoro di sensibilizzazione svolto al suo fianco da Ragghianti (che riuscirà a fargli conoscere almeno Chaplin e qualche altro film d’autore) . Ma nel frattempo, lo stile etereo e sempre apodittico della sua estetica si sarà imposto come il reagente che avrà conferito alle teoriche italiane un viraggio sui generis, a volte non privo di una sua efficacia descrittiva, ma soprattutto capace di influire durevolmente sulle elaborazioni successive (è il caso dei residui idealistici che affiorano negli scritti dello stesso Barbaro).

Teorie del cinema ed estetica neoidealista

DALL'ASTA, MONICA
2014

Abstract

Il periodo a cavallo tra anni Venti e Trenta costituisce per il dibattito italiano sul cinema un momento di sensibile discontinuità. Le suggestioni tardosimboliste e futuriste di un Canudo o di un Luciani lasciano il posto a un nuovo paradigma estetico ispirato al pensiero di Benedetto Croce. Quella che nel 1933 Ragghianti definisce «la mobilitazione della critica crociana» muove i suoi primi passi già nel 1926, negli articoli di Antonello Gerbi , per trasformarsi rapidamente in un dibattito assai ricco e partecipato. Si tratta, come è stato spesso notato, di un’impostazione concettuale ben poco favorevole alla valorizzazione estetica del cinema, di un paradigma neoidealista all’interno del quale il ruolo della teoria si riduce in pratica a quello di legittimare il film in quanto oggetto artistico. La concezione crociana dell’arte come intuizione-espressione - dove l’elemento materiale, tecnico-espressivo, si trova a essere, più ancora che controllato, addirittura assorbito nel momento puramente spirituale dell’intuizione – conduce un’intera generazione di studiosi a concentrare gran parte delle energie allo scopo di giustificare il ruolo palesemente centrale giocato dalla tecnica nel processo di composizione del film. Croce romperà il suo silenzio a proposito del cinema e dei tentativi fatti dai suoi numerosi allievi per riabilitarlo sul piano estetico solo nel 1948, con la nota, lapidaria sentenza: «se un film si sente e si giudica bello, ha il suo pieno diritto e non c’è altro da dire», pronunciata a seguito di un tenace lavoro di sensibilizzazione svolto al suo fianco da Ragghianti (che riuscirà a fargli conoscere almeno Chaplin e qualche altro film d’autore) . Ma nel frattempo, lo stile etereo e sempre apodittico della sua estetica si sarà imposto come il reagente che avrà conferito alle teoriche italiane un viraggio sui generis, a volte non privo di una sua efficacia descrittiva, ma soprattutto capace di influire durevolmente sulle elaborazioni successive (è il caso dei residui idealistici che affiorano negli scritti dello stesso Barbaro).
Storia del cinema italiano. Vol. IV 1924-1933
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M. Dall'Asta
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/110890
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