Il castello di Tredozio. Scavi e ricerche archeologiche Si hanno informazioni del castello di Tredozio a partire dall’anno 895, proprietà della contessa Ingelrada di Ravenna e pochi anni dopo Tegrimo Guidi, capostipite della famosa casata ne entra in possesso sposando sua figlia (923 d.C.). Il sito è definito castrum e si impone come centro direzionale e di controllo agrario di questo importante passaggio appenninico, in una posizione dominante nella vallata del Marzeno. Non si conoscono le caratteristiche di questo primo insediamento che già a partire dal 1060 entra a far parte di proprietà monastiche e nello specifico nelle pertinenze del monastero di Valle Acereta, o badia della Valle, un complesso benedettino, fondato pochi anni prima da Pier Damiani. Le vicende del castello, chiamato nelle testimonianze più recenti come ‘castello dell’aquila’, si inseriscono poi nelle dispute per il potere signorile dei territori appenninici e dal XIII secolo Tredozio viene contesa ai monaci di Valle e ai Guidi dal Comune di Firenze, che inizia a estendere il suo contado in area mugellana e casentinese. Un ulteriore contendente si inserisce potentemente nel XIV secolo, ovvero lo Stato Pontificio. L’intervento di Roberto, Re di Napoli, riporta ordine temporaneamente occupando il sito e donandolo ai Guidi. La lotta della famiglia guidinga con i fiorentini e poi con i Manfredi perdurerà entro la metà del XV secolo, quando nel 1440 il castello venne distrutto dai faentini e abbandonato. Nonostante l’abbandono, le strutture del mastio e i ruderi del castello, dominarono il paesaggio delle colline di Tredozio fino alla seconda guerra mondiale e sono ben rappresentate anche dal Romolo Liverani nel 1848. L’abitato del castello si era già esteso a partire dal XII secolo lungo le pendici collinari intorno al passaggio fluviale e nelle vicinanze della strada di fondovalle, dove si iniziano a creare strutture stabili, con case-torri, mulini e una chiesa, oltre ad altre strutture produttive poste nelle vicinanze di un’area di mercato. Nella collina che sovrasta l’insediamento attuale sono conservate diverse strutture murarie, che delimitavano l’abitato castrale, tre torri, due a fianco dell’ingresso principale, le strutture di una cisterna rettangolare, seminterrata, coperta da una volta a botte, e diverse altre murature poco visibili a causa della vegetazione. Al centro del poggio è anche presente un’ampia superficie piana su cui sono visibili diverse anomalie associate all’abitato del villaggio fortificato. Dalle descrizioni delle testimonianze scritte, anche posteriori all’abbandono del castello, si registra la presenza di un mastio, forse a forma ottagonale, fiancheggiato da una torre alta 17 metri e da un palazzo signorile, definito la casa del conte. Nel castello è conosciuta almeno una chiesa dedicata a S. Maria Maddalena, probabilmente circondata da un’area cimiteriale. Nonostante le strutture visibili in alzato e le fondamenta ancora affioranti, non esiste al momento una planimetria complessiva del sito che ne mostri la sua articolazione. Un disegno schematico è stato realizzato tra 2000 e 2005 e con l’occasione sono stati realizzati alcuni pannelli che raccontano la storia dell’insediamento lungo il sentiero che conduce dal Lavatoio lungo il fiume verso l’area della Rocca. Non si conoscono inoltre le caratteristiche del sito, la presenza o meno di edifici religiosi e di altre strutture comunitarie; l’eventuale presenza di un impianto viario o altre infrastrutture; aree artigianali o di mercato; le tecniche di realizzazione delle case e delle difese del castello. Non è chiaro infine se la nascita dell’insediamento sia legata a un fenomeno di fortificazione di una comunità rurale già stanziata sulla collina o se sia un atto di nuova fondazione e nel caso se l’impianto costruttivo fosse già in materiale lapideo o in legno e terra come in altri casi contemporanei dell’Italia centro-settentrionale. Per rispondere a queste domande storiche e per valorizzare le strutture conservate, ridonandole alla comunità, inserendo il castello in una rete di siti di valore per il turismo sostenibile, si propone la realizzazione di un programma articolato in cinque anni di ricerche. La prima attività, da svolgere nella seconda metà di giugno del 2026, è mirata alla documentazione dello stato attuale del sito. Una ricognizione e il rilievo delle strutture superstiti, con droni e indagini lidar, stazione totale e gps differenziali, in dotazione nel nostro dipartimento, consentiranno una maggiore conoscenza di quanto preservato, così da poter programmare interventi di scavo in profondità e restauri degli alzati. Nelle prossime stagioni sarà possibile indagare in profondità le aree campione della superficie esplorata, cercando di capire la scansione e articolazione del deposito dagli strati di crollo e abbandono alle prime stratificazioni deposte sul banco roccioso. Alla fine di ogni attività di ricerca si intende realizzare edizioni divulgative dei risultati e una pubblicazione scientifica complessiva alla fine dei cinque anni di indagini. Si intende inoltre realizzare una piattaforma web con al suo interno i contenuti informativi delle indagini aggiornato costantemente ai risultati acquisiti sul campo. Il progetto è proposto all’amministrazione comunale sulla base della stipula di una convenzione da sottoscrivere prima degli inizi delle attività di ricerca insieme al dipartimento di storia culture civiltà dell’Alma Mater Studiorum -Università di Bologna. Per il primo anno di ricerche è necessario disporre delle strutture di accoglienza e sostentamento di una squadra di 4 ricognitori per il periodo di due settimane. Si propone l’intervento di un’indagine ‘non invasiva’ alla SABAP di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, sotto la direzione di chi scrive. L’impegno degli anni successivi potrà essere programmato insieme all’amministrazione comunale anche sulla base dei risultati provenienti dalle prime indagini di ricerca.

Cirelli, E. (In stampa/Attività in corso). Scavi nel castello di Tredozio.

Scavi nel castello di Tredozio

Enrico Cirelli
Primo
Writing – Original Draft Preparation
In corso di stampa

Abstract

Il castello di Tredozio. Scavi e ricerche archeologiche Si hanno informazioni del castello di Tredozio a partire dall’anno 895, proprietà della contessa Ingelrada di Ravenna e pochi anni dopo Tegrimo Guidi, capostipite della famosa casata ne entra in possesso sposando sua figlia (923 d.C.). Il sito è definito castrum e si impone come centro direzionale e di controllo agrario di questo importante passaggio appenninico, in una posizione dominante nella vallata del Marzeno. Non si conoscono le caratteristiche di questo primo insediamento che già a partire dal 1060 entra a far parte di proprietà monastiche e nello specifico nelle pertinenze del monastero di Valle Acereta, o badia della Valle, un complesso benedettino, fondato pochi anni prima da Pier Damiani. Le vicende del castello, chiamato nelle testimonianze più recenti come ‘castello dell’aquila’, si inseriscono poi nelle dispute per il potere signorile dei territori appenninici e dal XIII secolo Tredozio viene contesa ai monaci di Valle e ai Guidi dal Comune di Firenze, che inizia a estendere il suo contado in area mugellana e casentinese. Un ulteriore contendente si inserisce potentemente nel XIV secolo, ovvero lo Stato Pontificio. L’intervento di Roberto, Re di Napoli, riporta ordine temporaneamente occupando il sito e donandolo ai Guidi. La lotta della famiglia guidinga con i fiorentini e poi con i Manfredi perdurerà entro la metà del XV secolo, quando nel 1440 il castello venne distrutto dai faentini e abbandonato. Nonostante l’abbandono, le strutture del mastio e i ruderi del castello, dominarono il paesaggio delle colline di Tredozio fino alla seconda guerra mondiale e sono ben rappresentate anche dal Romolo Liverani nel 1848. L’abitato del castello si era già esteso a partire dal XII secolo lungo le pendici collinari intorno al passaggio fluviale e nelle vicinanze della strada di fondovalle, dove si iniziano a creare strutture stabili, con case-torri, mulini e una chiesa, oltre ad altre strutture produttive poste nelle vicinanze di un’area di mercato. Nella collina che sovrasta l’insediamento attuale sono conservate diverse strutture murarie, che delimitavano l’abitato castrale, tre torri, due a fianco dell’ingresso principale, le strutture di una cisterna rettangolare, seminterrata, coperta da una volta a botte, e diverse altre murature poco visibili a causa della vegetazione. Al centro del poggio è anche presente un’ampia superficie piana su cui sono visibili diverse anomalie associate all’abitato del villaggio fortificato. Dalle descrizioni delle testimonianze scritte, anche posteriori all’abbandono del castello, si registra la presenza di un mastio, forse a forma ottagonale, fiancheggiato da una torre alta 17 metri e da un palazzo signorile, definito la casa del conte. Nel castello è conosciuta almeno una chiesa dedicata a S. Maria Maddalena, probabilmente circondata da un’area cimiteriale. Nonostante le strutture visibili in alzato e le fondamenta ancora affioranti, non esiste al momento una planimetria complessiva del sito che ne mostri la sua articolazione. Un disegno schematico è stato realizzato tra 2000 e 2005 e con l’occasione sono stati realizzati alcuni pannelli che raccontano la storia dell’insediamento lungo il sentiero che conduce dal Lavatoio lungo il fiume verso l’area della Rocca. Non si conoscono inoltre le caratteristiche del sito, la presenza o meno di edifici religiosi e di altre strutture comunitarie; l’eventuale presenza di un impianto viario o altre infrastrutture; aree artigianali o di mercato; le tecniche di realizzazione delle case e delle difese del castello. Non è chiaro infine se la nascita dell’insediamento sia legata a un fenomeno di fortificazione di una comunità rurale già stanziata sulla collina o se sia un atto di nuova fondazione e nel caso se l’impianto costruttivo fosse già in materiale lapideo o in legno e terra come in altri casi contemporanei dell’Italia centro-settentrionale. Per rispondere a queste domande storiche e per valorizzare le strutture conservate, ridonandole alla comunità, inserendo il castello in una rete di siti di valore per il turismo sostenibile, si propone la realizzazione di un programma articolato in cinque anni di ricerche. La prima attività, da svolgere nella seconda metà di giugno del 2026, è mirata alla documentazione dello stato attuale del sito. Una ricognizione e il rilievo delle strutture superstiti, con droni e indagini lidar, stazione totale e gps differenziali, in dotazione nel nostro dipartimento, consentiranno una maggiore conoscenza di quanto preservato, così da poter programmare interventi di scavo in profondità e restauri degli alzati. Nelle prossime stagioni sarà possibile indagare in profondità le aree campione della superficie esplorata, cercando di capire la scansione e articolazione del deposito dagli strati di crollo e abbandono alle prime stratificazioni deposte sul banco roccioso. Alla fine di ogni attività di ricerca si intende realizzare edizioni divulgative dei risultati e una pubblicazione scientifica complessiva alla fine dei cinque anni di indagini. Si intende inoltre realizzare una piattaforma web con al suo interno i contenuti informativi delle indagini aggiornato costantemente ai risultati acquisiti sul campo. Il progetto è proposto all’amministrazione comunale sulla base della stipula di una convenzione da sottoscrivere prima degli inizi delle attività di ricerca insieme al dipartimento di storia culture civiltà dell’Alma Mater Studiorum -Università di Bologna. Per il primo anno di ricerche è necessario disporre delle strutture di accoglienza e sostentamento di una squadra di 4 ricognitori per il periodo di due settimane. Si propone l’intervento di un’indagine ‘non invasiva’ alla SABAP di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, sotto la direzione di chi scrive. L’impegno degli anni successivi potrà essere programmato insieme all’amministrazione comunale anche sulla base dei risultati provenienti dalle prime indagini di ricerca.
In corso di stampa
2026
Cirelli, Enrico
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/1087971
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