Niente avrebbe potuto essere più estraneo a Guy Debord dell’idea di dare un contributo qualsiasi a ciò che oggi, con espressione invero alquanto inattuale, nei corsi universitari chiamiamo teoria del cinema. Non solo perché il suo concetto di spettacolo – formidabile allegoria della società contemporanea in tutti i suoi aspetti economici, politici e culturali – eccede largamente i confini del cinema, ma soprattutto perché è la stessa nozione di “teoria” ad apparirgli fondamentalmente insufficiente o fuorviante. «Unità più o meno forti che bisogna impegnare al momento giusto nella lotta», le teorie non possono vantare secondo Debord alcun valore definitivo: non sono mai verità assolute e acquistano un senso solo se compaiono «in tempo utile» per essere impiegate sul campo di battaglia. Sono armi strategiche al servizio della vita e d’altra parte «nessuna epoca viva è mai partita da una teoria: era in primo luogo un gioco, un conflitto, un viaggio». Ma il disprezzo ostentato da Debord nei confronti tanto della teoria, quanto del cinema (e di conseguenza, a maggior ragione, della teoria del cinema), non può certo giustificare il perdurante disinteresse nei confronti del suo lavoro da parte della critica più o meno accademica. Per esempio, è abbastanza sconcertante notare come, in tutto il suo arco di pubblicazione, una testata sempre all’avanguardia nel discorso teorico come i «Cahiers du cinéma» si sia potuta accorgere dell’esistenza di Debord solo dopo la sua morte, con l’unica eccezione rappresentata da una recensione, peraltro non esattamente tempestiva, di In girum imus nocte et consumimur igni, apparsa a firma di Pascal Bonitzer nel 1981 Oggi che, dopo la riemersione avvenuta in occasione della Mostra del Cinema di Venezia del 2001, quei film sono tornati visibili per iniziativa di Alice Debord e grazie all’impegno dello stesso Ghezzi e di Roberto Turigliatto, sempre più accessibili dopo l’uscita in edizione DVD e ormai tracciabili anche su Internet , affrontarli e interrogarli è un compito ineludibile non solo per comprendere il senso, al tempo stesso incendiario e paradossale, dell’intervento di Debord nel cinema, ma anche per afferrare, da un altro punto di vista, diverso da quello comunemente accreditato, certe tensioni sotterranee di una stagione cinematografica e culturale solo apparentemente fin troppo conosciuta.

«Il mondo è già filmato, si tratta ora di trasformarlo»

DALL'ASTA, MONICA;GROSOLI, MARCO
2011

Abstract

Niente avrebbe potuto essere più estraneo a Guy Debord dell’idea di dare un contributo qualsiasi a ciò che oggi, con espressione invero alquanto inattuale, nei corsi universitari chiamiamo teoria del cinema. Non solo perché il suo concetto di spettacolo – formidabile allegoria della società contemporanea in tutti i suoi aspetti economici, politici e culturali – eccede largamente i confini del cinema, ma soprattutto perché è la stessa nozione di “teoria” ad apparirgli fondamentalmente insufficiente o fuorviante. «Unità più o meno forti che bisogna impegnare al momento giusto nella lotta», le teorie non possono vantare secondo Debord alcun valore definitivo: non sono mai verità assolute e acquistano un senso solo se compaiono «in tempo utile» per essere impiegate sul campo di battaglia. Sono armi strategiche al servizio della vita e d’altra parte «nessuna epoca viva è mai partita da una teoria: era in primo luogo un gioco, un conflitto, un viaggio». Ma il disprezzo ostentato da Debord nei confronti tanto della teoria, quanto del cinema (e di conseguenza, a maggior ragione, della teoria del cinema), non può certo giustificare il perdurante disinteresse nei confronti del suo lavoro da parte della critica più o meno accademica. Per esempio, è abbastanza sconcertante notare come, in tutto il suo arco di pubblicazione, una testata sempre all’avanguardia nel discorso teorico come i «Cahiers du cinéma» si sia potuta accorgere dell’esistenza di Debord solo dopo la sua morte, con l’unica eccezione rappresentata da una recensione, peraltro non esattamente tempestiva, di In girum imus nocte et consumimur igni, apparsa a firma di Pascal Bonitzer nel 1981 Oggi che, dopo la riemersione avvenuta in occasione della Mostra del Cinema di Venezia del 2001, quei film sono tornati visibili per iniziativa di Alice Debord e grazie all’impegno dello stesso Ghezzi e di Roberto Turigliatto, sempre più accessibili dopo l’uscita in edizione DVD e ormai tracciabili anche su Internet , affrontarli e interrogarli è un compito ineludibile non solo per comprendere il senso, al tempo stesso incendiario e paradossale, dell’intervento di Debord nel cinema, ma anche per afferrare, da un altro punto di vista, diverso da quello comunemente accreditato, certe tensioni sotterranee di una stagione cinematografica e culturale solo apparentemente fin troppo conosciuta.
Consumato dal fuoco. Il cinema di Guy Debord
11
27
Dall'Asta M.; Grosoli M.
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