Oltre alla CSR e ai più recenti sviluppi delle neuroscienze applicate allo studio delle religioni, andranno messi a tema, dunque, una serie di altri approcci emergenti a partire dal New criticism (J.Z. Smith) e dalle metodologie critiche sviluppate sulla scia del post-strutturalismo, del post-modernismo e del post-colonialismo (B. Lincoln) dalla scuola di Chicago. Così come andranno prese in analisi le nuove tendenze legate alla svolta ecologista nello studio delle scienze umane e sociali che ha alimentato un dibattito internazionale in materia di salvaguardia dei diritti umani, contribuendo alla costruzione del diritto all'ambiente, dove le religioni ricoprono un ruolo decisivo nei processi di edificazione identitaria non più limitata alla dimensione esclusivamente spirituale. Il dibattito sul rapporto tra religione e ambiente (Jenkins & Key Chapple 2011: Religion and Environment, «Annual Review of Environment and Resources» 36, pp. 441-463) è vivo e attuale in tutte le religioni del mondo, risultando la tutela ambientale una proiezione collettiva della libertà religiosa (Fuccillo 2019: Le proiezioni collettive della libertà religiosa, «Stato, chiese e pluralismo confessionale» 18, pp. 1-22). Nelle religioni abramitiche il concetto di natura in quanto tale è sovrapposto a quello di creazione: nella teologia biblica il mondo non avviene per emanazione, filiazione o suddivisione di una sostanza comune, bensì come novità radicale, prodotto del libero volere di un Dio. L'uomo si vede assegnare un posto particolare all'interno della creazione e per questo non rappresenta solamente un livello specifico della realtà sensibile, ma ne è il centro, e, in quanto creato ad immagine di Dio, è ontologicamente differente da tutti gli altri esseri viventi che come lui possiedono il potere di procreare e di riprodursi, ma sono stati creati leminâh, cioè secondo la loro specie. Dall’atto di creazione deriva immediatamente la responsabilità e il comando della salvaguardia e della custodia del creato. La rivoluzione ecologica, oggi più di prima, coinvolge le religioni atteso che il loro ruolo è divenuto centrale nel sostenere e orientare i comportamenti degli esseri umani. In altri termini, le religioni, che hanno sempre influenzato la cultura e il comportamento dei popoli, delle genti e dei singoli individui, oggi contribuiscono grazie alla propria visione ecologista ad orientare il “diritto ambientale”. La dimensione antropocentrica della nozione di ambiente ancora oggi finisce per richiamare tutto ciò che circonda “la persona”, segnando quale fattore di origine e fine ultimo delle politiche ambientali “la persona umana, la sua dignità” e il suo “integrale sviluppo”, e finendo così per alimentare quella visione antropologica dell’ambiente in cui pure alcuni studiosi, già nell’ultimo quarto del secolo scorso, hanno voluto rintracciare le origini della crisi ecologica attuale (Lynn White Jr. 1973: Le radici storico-culturali della nostra crisi ecologica, «Il Mulino» 2, marzo-aprile, pp. 251-263). Da ultimo, andrà fatto cenno ai nuovi discorsi interrelati sulle geografie del “sacro” e la sostenibilità ambientale (Previato 2018) messi in campo al fine di ricalibrare le politiche di sviluppo sostenibile guidate dall’alto e favorire tipologie d’approccio più olistiche che tengano conto dell’apporto dato dalle tradizioni religiose alla conservazione della bio-diversità, riposizionando il dibattito su categorie di analisi come il sapere indigeno e la critica femminista e aprendo la strada a nuovi percorsi transdisciplinari.
Viscardi, G.P. (2026). Dalla "neuroscienza spirituale" all'ecologia culturale: le ultime frontiere dei Religious Studies. Brescia : Morcelliana.
Dalla "neuroscienza spirituale" all'ecologia culturale: le ultime frontiere dei Religious Studies
Viscardi, Giuseppina Paola
2026
Abstract
Oltre alla CSR e ai più recenti sviluppi delle neuroscienze applicate allo studio delle religioni, andranno messi a tema, dunque, una serie di altri approcci emergenti a partire dal New criticism (J.Z. Smith) e dalle metodologie critiche sviluppate sulla scia del post-strutturalismo, del post-modernismo e del post-colonialismo (B. Lincoln) dalla scuola di Chicago. Così come andranno prese in analisi le nuove tendenze legate alla svolta ecologista nello studio delle scienze umane e sociali che ha alimentato un dibattito internazionale in materia di salvaguardia dei diritti umani, contribuendo alla costruzione del diritto all'ambiente, dove le religioni ricoprono un ruolo decisivo nei processi di edificazione identitaria non più limitata alla dimensione esclusivamente spirituale. Il dibattito sul rapporto tra religione e ambiente (Jenkins & Key Chapple 2011: Religion and Environment, «Annual Review of Environment and Resources» 36, pp. 441-463) è vivo e attuale in tutte le religioni del mondo, risultando la tutela ambientale una proiezione collettiva della libertà religiosa (Fuccillo 2019: Le proiezioni collettive della libertà religiosa, «Stato, chiese e pluralismo confessionale» 18, pp. 1-22). Nelle religioni abramitiche il concetto di natura in quanto tale è sovrapposto a quello di creazione: nella teologia biblica il mondo non avviene per emanazione, filiazione o suddivisione di una sostanza comune, bensì come novità radicale, prodotto del libero volere di un Dio. L'uomo si vede assegnare un posto particolare all'interno della creazione e per questo non rappresenta solamente un livello specifico della realtà sensibile, ma ne è il centro, e, in quanto creato ad immagine di Dio, è ontologicamente differente da tutti gli altri esseri viventi che come lui possiedono il potere di procreare e di riprodursi, ma sono stati creati leminâh, cioè secondo la loro specie. Dall’atto di creazione deriva immediatamente la responsabilità e il comando della salvaguardia e della custodia del creato. La rivoluzione ecologica, oggi più di prima, coinvolge le religioni atteso che il loro ruolo è divenuto centrale nel sostenere e orientare i comportamenti degli esseri umani. In altri termini, le religioni, che hanno sempre influenzato la cultura e il comportamento dei popoli, delle genti e dei singoli individui, oggi contribuiscono grazie alla propria visione ecologista ad orientare il “diritto ambientale”. La dimensione antropocentrica della nozione di ambiente ancora oggi finisce per richiamare tutto ciò che circonda “la persona”, segnando quale fattore di origine e fine ultimo delle politiche ambientali “la persona umana, la sua dignità” e il suo “integrale sviluppo”, e finendo così per alimentare quella visione antropologica dell’ambiente in cui pure alcuni studiosi, già nell’ultimo quarto del secolo scorso, hanno voluto rintracciare le origini della crisi ecologica attuale (Lynn White Jr. 1973: Le radici storico-culturali della nostra crisi ecologica, «Il Mulino» 2, marzo-aprile, pp. 251-263). Da ultimo, andrà fatto cenno ai nuovi discorsi interrelati sulle geografie del “sacro” e la sostenibilità ambientale (Previato 2018) messi in campo al fine di ricalibrare le politiche di sviluppo sostenibile guidate dall’alto e favorire tipologie d’approccio più olistiche che tengano conto dell’apporto dato dalle tradizioni religiose alla conservazione della bio-diversità, riposizionando il dibattito su categorie di analisi come il sapere indigeno e la critica femminista e aprendo la strada a nuovi percorsi transdisciplinari.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



