Questo capitolo muove dalla definizione di religione proposta nell’ambito delle prime teorie evoluzionistiche di matrice darwiniana, valutandone le ricadute teoriche in prospettiva diacronica, cioè attraverso l’eredità darwiniana accolta, in special modo, dagli sviluppi teorici nel campo degli studi di tipo evoluzionistico rimontanti alla coeva antropologia tyloriana, attraverso un approccio metodologico improntato allo studio della religione come Kulturkritik – lungo l’asse di ricerca tracciato dalla scholarship accademica germanica da Max Weber ad Hans Gerald Kippenberg –, fino alle più recenti indagini sulla religione come human phenomenon, perseguite da esponenti di spicco dell’approccio cognitivo nel campo degli studi storico-religiosi (vedi Sperber 1974, 1996 e 2000; Boyer 1990 e 1994; McCorkle 2010; McCorkle & Xygalatas 2012 e 2013), e ispirate ai più moderni orientamenti evoluzionistici (Lawson & McCauley 1990; Boyer 2001; Atran 2003; Whitehouse 1995, 2000 e 2004, ormai considerati dei classici per la disciplina storico-religiosa), che condizionano di fatto le ultime prospettive ermeneutiche aperte sulla religione nel campo delle neuroscienze (McNamara 2006 e 2009), sempre più sensibili al tema del rapporto tra mente, cervello e religione, inteso in termini di interrelazione dinamica tra sviluppo delle facoltà mentali ed elaborazione di contenuti (quali quelli religiosi) strettamente dipendenti da processi cognitivi più o meno complessi. I recenti lavori di psicologia cognitiva applicata alla religione, in particolare quelli di Boyer (2001) e Atran (2003), entrambi fortemente influenzati da Sperber e dalla sua teoria della epidemiologia delle rappresentazioni con il conseguente ripensamento critico del simbolismo (1974, 1996, 2000), hanno sostenuto con forza l’affermazione che le pratiche classificate come “religiose” possano essere spiegate in termini di evoluzione della (mente) umana. In una prospettiva cognitiva, i concetti religiosi richiedono sistemi mentali coinvolti in uno sforzo “economicamente impegnativo” (impegnativo in termini di economia biologica) e un intero armamentario di capacità umane specifiche (come l’intuitività, la capacità di elaborare rappresentazioni più o meno complesse, la tendenza a prestare attenzione a concetti controintuitivi). Possiamo spiegare la religione descrivendo come vengano reclutate queste diverse capacità, come contribuiscano a delineare le peculiarità caratteristiche della religione o dei diversi sistemi religiosi, con particolare riferimento alla capacità umana di rappresentarsi l’agency e la svolta ontologica nell'ambiente circostante o, in altri termini, “di generare meta-rappresentazioni, di impegnarsi nella meta-cognizione” (Benavides 2013). La scienza cognitiva presenta effettivamente un approccio genuinamente nuovo e molto promettente per spiegare i fenomeni religiosi. Affrontando problemi vecchi e nuovi per mezzo di nuove teorie e metodi, la scienza cognitiva offre l’opportunità per lo studio scientifico della religione di liberarsi dall’inerzia imposta dal solipsismo postmoderno. In ambito evoluzionistico-cognitivo, esistono diverse spiegazioni complementari alle domande sulla prevalenza e sui benefici della religione. Una trattazione esaustiva di tutte queste spiegazioni esula dai requisiti di un saggio manualistico, ma se ne ricorderanno almeno tre: la prima ipotesi, quella del rilevamento di agency, descrive la tendenza degli esseri umani a percepire gli eventi come causati da un attore intenzionale, anche in situazioni in cui è chiaro che non è presente alcun agente (Atran 2002; Barrett 2000). La seconda ipotesi, ipotesi della prosocialità, che affonda le sue radici nella psicologia evolutiva, suggerisce che la religione sia emersa in parte come un sottoprodotto di altri tratti evolutivamente adattivi, ovvero sia scaturita dalla sensibilità umana alla reputazione prosociale (Fehr & Fischbacher, 2003; Henrich et al. 2006; Norenzayan & Shariff 2007 e Shariff & Norenzayan 2008). Un’idea correlata, nota come “prospettiva di segnalazione costosa” (cost signaling perspective) (vd. ad es. Sosis & Bressler 2003) sostiene che la religione sia emersa e i gruppi religiosi siano diventati grandi e dominanti perché i comportamenti e i rituali religiosi sono spesso “costosi" ossia “impegnativi” (sul piano della economia biologica ed emotiva) e difficili da falsificare (ad esempio, comportano l’esecuzione di azioni spiacevoli come il digiuno, la continenza alimentare, l’astinenza sessuale, ecc.). La terza, cosiddetta ipotesi motivazionale, rappresenta un campo di indagine ancora sottovalutato o quantomeno poco apprezzato dalla nuova generazione di scienziati della religione.

Viscardi, G.P. (2026). Evoluzione, agency, creazione. Nuovi orientamenti evoluzionistico-cognitivi nello studio delle esperienze religiose. Brescia : Morcelliana.

Evoluzione, agency, creazione. Nuovi orientamenti evoluzionistico-cognitivi nello studio delle esperienze religiose

Viscardi, Giuseppina Paola
2026

Abstract

Questo capitolo muove dalla definizione di religione proposta nell’ambito delle prime teorie evoluzionistiche di matrice darwiniana, valutandone le ricadute teoriche in prospettiva diacronica, cioè attraverso l’eredità darwiniana accolta, in special modo, dagli sviluppi teorici nel campo degli studi di tipo evoluzionistico rimontanti alla coeva antropologia tyloriana, attraverso un approccio metodologico improntato allo studio della religione come Kulturkritik – lungo l’asse di ricerca tracciato dalla scholarship accademica germanica da Max Weber ad Hans Gerald Kippenberg –, fino alle più recenti indagini sulla religione come human phenomenon, perseguite da esponenti di spicco dell’approccio cognitivo nel campo degli studi storico-religiosi (vedi Sperber 1974, 1996 e 2000; Boyer 1990 e 1994; McCorkle 2010; McCorkle & Xygalatas 2012 e 2013), e ispirate ai più moderni orientamenti evoluzionistici (Lawson & McCauley 1990; Boyer 2001; Atran 2003; Whitehouse 1995, 2000 e 2004, ormai considerati dei classici per la disciplina storico-religiosa), che condizionano di fatto le ultime prospettive ermeneutiche aperte sulla religione nel campo delle neuroscienze (McNamara 2006 e 2009), sempre più sensibili al tema del rapporto tra mente, cervello e religione, inteso in termini di interrelazione dinamica tra sviluppo delle facoltà mentali ed elaborazione di contenuti (quali quelli religiosi) strettamente dipendenti da processi cognitivi più o meno complessi. I recenti lavori di psicologia cognitiva applicata alla religione, in particolare quelli di Boyer (2001) e Atran (2003), entrambi fortemente influenzati da Sperber e dalla sua teoria della epidemiologia delle rappresentazioni con il conseguente ripensamento critico del simbolismo (1974, 1996, 2000), hanno sostenuto con forza l’affermazione che le pratiche classificate come “religiose” possano essere spiegate in termini di evoluzione della (mente) umana. In una prospettiva cognitiva, i concetti religiosi richiedono sistemi mentali coinvolti in uno sforzo “economicamente impegnativo” (impegnativo in termini di economia biologica) e un intero armamentario di capacità umane specifiche (come l’intuitività, la capacità di elaborare rappresentazioni più o meno complesse, la tendenza a prestare attenzione a concetti controintuitivi). Possiamo spiegare la religione descrivendo come vengano reclutate queste diverse capacità, come contribuiscano a delineare le peculiarità caratteristiche della religione o dei diversi sistemi religiosi, con particolare riferimento alla capacità umana di rappresentarsi l’agency e la svolta ontologica nell'ambiente circostante o, in altri termini, “di generare meta-rappresentazioni, di impegnarsi nella meta-cognizione” (Benavides 2013). La scienza cognitiva presenta effettivamente un approccio genuinamente nuovo e molto promettente per spiegare i fenomeni religiosi. Affrontando problemi vecchi e nuovi per mezzo di nuove teorie e metodi, la scienza cognitiva offre l’opportunità per lo studio scientifico della religione di liberarsi dall’inerzia imposta dal solipsismo postmoderno. In ambito evoluzionistico-cognitivo, esistono diverse spiegazioni complementari alle domande sulla prevalenza e sui benefici della religione. Una trattazione esaustiva di tutte queste spiegazioni esula dai requisiti di un saggio manualistico, ma se ne ricorderanno almeno tre: la prima ipotesi, quella del rilevamento di agency, descrive la tendenza degli esseri umani a percepire gli eventi come causati da un attore intenzionale, anche in situazioni in cui è chiaro che non è presente alcun agente (Atran 2002; Barrett 2000). La seconda ipotesi, ipotesi della prosocialità, che affonda le sue radici nella psicologia evolutiva, suggerisce che la religione sia emersa in parte come un sottoprodotto di altri tratti evolutivamente adattivi, ovvero sia scaturita dalla sensibilità umana alla reputazione prosociale (Fehr & Fischbacher, 2003; Henrich et al. 2006; Norenzayan & Shariff 2007 e Shariff & Norenzayan 2008). Un’idea correlata, nota come “prospettiva di segnalazione costosa” (cost signaling perspective) (vd. ad es. Sosis & Bressler 2003) sostiene che la religione sia emersa e i gruppi religiosi siano diventati grandi e dominanti perché i comportamenti e i rituali religiosi sono spesso “costosi" ossia “impegnativi” (sul piano della economia biologica ed emotiva) e difficili da falsificare (ad esempio, comportano l’esecuzione di azioni spiacevoli come il digiuno, la continenza alimentare, l’astinenza sessuale, ecc.). La terza, cosiddetta ipotesi motivazionale, rappresenta un campo di indagine ancora sottovalutato o quantomeno poco apprezzato dalla nuova generazione di scienziati della religione.
2026
Antropologia e storia delle religioni
275
296
Viscardi, G.P. (2026). Evoluzione, agency, creazione. Nuovi orientamenti evoluzionistico-cognitivi nello studio delle esperienze religiose. Brescia : Morcelliana.
Viscardi, Giuseppina Paola
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/1070350
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