Nel secondo dopoguerra, Rimini diventa un osservatorio privilegiato per indagare il ruolo della fotografia nella ridefinizione dell’immagine e dell’identità urbana. La distruzione bellica e la successiva ricostruzione, discontinua e spesso segnata da logiche di sfruttamento edilizio, spingono infatti la città al centro di un processo di trasformazione che investe non solo lo spazio fisico, ma anche l’immaginario deputato a rappresentarlo. In questo contesto, i lavori dei fotografi locali – come Davide Minghini, Angelo Moretti e Luigi Severi – cui in seguito si affiancano quelli di autori di rilievo nazionale e internazionale (da Paolo Monti agli esponenti della cosiddetta “nuova scuola” del paesaggio) concorrono in modi diversi a ridefinire il profilo simbolico di Rimini, muovendo costantemente tra documento e progetto, tra analisi della forma urbana e protensione verso il futuro. La tensione tra queste vocazioni è particolarmente pro duttiva alle soglie degli anni Settanta, quando la fotografia assume progressivamente la funzione di dispositivo critico, capace da un lato di rendere leggibili gli effetti della modernizzazione, nel momento in cui l’ideologia della crescita inizia a mostrare i primi segni di crisi; dall’altro di integrarsi ai processi di immaginazione e pianificazione cittadina, affiancando il lavoro di urbanisti e architetti. Uno slittamento, questo, che riflette una più ampia ridefinizione della fotografia nella cultura visiva italiana del pe riodo, che gradualmente si emancipa dalla predominanza del reportage per assumere una postura più analitica e riflessiva, in sintonia con le ricerche artistiche coeve e con un orizzonte culturale sempre più critico nei confronti di letture unitarie e ideologicamente orientate.
Ravaioli, G. (2026). Obiettivo Rimini. Fotografia d’autore tra documento e progetto urbano dal secondo Novecento. Bologna : Pendragon.
Obiettivo Rimini. Fotografia d’autore tra documento e progetto urbano dal secondo Novecento
Ravaioli, Giorgia
2026
Abstract
Nel secondo dopoguerra, Rimini diventa un osservatorio privilegiato per indagare il ruolo della fotografia nella ridefinizione dell’immagine e dell’identità urbana. La distruzione bellica e la successiva ricostruzione, discontinua e spesso segnata da logiche di sfruttamento edilizio, spingono infatti la città al centro di un processo di trasformazione che investe non solo lo spazio fisico, ma anche l’immaginario deputato a rappresentarlo. In questo contesto, i lavori dei fotografi locali – come Davide Minghini, Angelo Moretti e Luigi Severi – cui in seguito si affiancano quelli di autori di rilievo nazionale e internazionale (da Paolo Monti agli esponenti della cosiddetta “nuova scuola” del paesaggio) concorrono in modi diversi a ridefinire il profilo simbolico di Rimini, muovendo costantemente tra documento e progetto, tra analisi della forma urbana e protensione verso il futuro. La tensione tra queste vocazioni è particolarmente pro duttiva alle soglie degli anni Settanta, quando la fotografia assume progressivamente la funzione di dispositivo critico, capace da un lato di rendere leggibili gli effetti della modernizzazione, nel momento in cui l’ideologia della crescita inizia a mostrare i primi segni di crisi; dall’altro di integrarsi ai processi di immaginazione e pianificazione cittadina, affiancando il lavoro di urbanisti e architetti. Uno slittamento, questo, che riflette una più ampia ridefinizione della fotografia nella cultura visiva italiana del pe riodo, che gradualmente si emancipa dalla predominanza del reportage per assumere una postura più analitica e riflessiva, in sintonia con le ricerche artistiche coeve e con un orizzonte culturale sempre più critico nei confronti di letture unitarie e ideologicamente orientate.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



