C’è una domanda cruciale che attraversa queste pagine, fin dall’inizio. Una domanda che porta in sé un riflesso quasi automatico nello sguardo e nel profondo bisogno umano di assegnare un senso al mondo: «A chi assomiglia?». Una domanda antica, familiare, che accompagna la nascita e coinvolge ogni persona che guarda e che è guardata; che si insinua nei lineamenti e nelle espressioni del volto, nelle posture del corpo, nei gesti quotidiani, nei movimenti interiori. Riemerge dalle fotografie, riaccende ricordi che ancora dialogano con il presente. Assomigliare definisce, rassicura, assegna un posto nel mondo, fa sentire riconosciuti e riconoscibili, appartenenti. Assegnare somiglianze all’altro lo fa sentire vicino, familiare, appartenente, a sé al proprio mondo di valori, convinzioni, speranze. Eppure, occorre compiere uno scarto decisivo rispetto a una visione, in definitiva, unilaterale. Le appartenenze non sono date una volta per tutte, né definibili a priori: non portano con sé solo vantaggi, ma possono tradursi in aspettative di similitudine che rischiano di diventare gabbie, più che spazi fertili e generativi. Anche la possibilità stessa di riconoscersi reciprocamente - e, per questo, sentirsi appartenenti - passa attraverso altro. A ben guardare, infatti, più profondo del bisogno di appartenere è quello di sentirsi riconosciuti. È nel riconoscimento che l’appartenenza può davvero radicarsi. Anche il reciproco riconoscersi tra genitori e figli è un processo. ... ....

Lorenzini, S. (2026). Prefazione a "I gesti che restano. Una storia che insegna a superare i traumi generazionali, a riconoscere i propri figli e a diventare genitori consapevoli", di Tiziano Ostigoni. Torino : Davide Falletta editore.

Prefazione a "I gesti che restano. Una storia che insegna a superare i traumi generazionali, a riconoscere i propri figli e a diventare genitori consapevoli", di Tiziano Ostigoni

Stefania Lorenzini
2026

Abstract

C’è una domanda cruciale che attraversa queste pagine, fin dall’inizio. Una domanda che porta in sé un riflesso quasi automatico nello sguardo e nel profondo bisogno umano di assegnare un senso al mondo: «A chi assomiglia?». Una domanda antica, familiare, che accompagna la nascita e coinvolge ogni persona che guarda e che è guardata; che si insinua nei lineamenti e nelle espressioni del volto, nelle posture del corpo, nei gesti quotidiani, nei movimenti interiori. Riemerge dalle fotografie, riaccende ricordi che ancora dialogano con il presente. Assomigliare definisce, rassicura, assegna un posto nel mondo, fa sentire riconosciuti e riconoscibili, appartenenti. Assegnare somiglianze all’altro lo fa sentire vicino, familiare, appartenente, a sé al proprio mondo di valori, convinzioni, speranze. Eppure, occorre compiere uno scarto decisivo rispetto a una visione, in definitiva, unilaterale. Le appartenenze non sono date una volta per tutte, né definibili a priori: non portano con sé solo vantaggi, ma possono tradursi in aspettative di similitudine che rischiano di diventare gabbie, più che spazi fertili e generativi. Anche la possibilità stessa di riconoscersi reciprocamente - e, per questo, sentirsi appartenenti - passa attraverso altro. A ben guardare, infatti, più profondo del bisogno di appartenere è quello di sentirsi riconosciuti. È nel riconoscimento che l’appartenenza può davvero radicarsi. Anche il reciproco riconoscersi tra genitori e figli è un processo. ... ....
2026
"I gesti che restano. Una storia che insegna a superare i traumi generazionali, a riconoscere i propri figli e a diventare genitori consapevoli"
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Lorenzini, S. (2026). Prefazione a "I gesti che restano. Una storia che insegna a superare i traumi generazionali, a riconoscere i propri figli e a diventare genitori consapevoli", di Tiziano Ostigoni. Torino : Davide Falletta editore.
Lorenzini, Stefania
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11585/1068556
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