Il saggio muove da un'apparente aporia — la sceneggiatura di comici anti-logocentrici, in cui Harpo non pronuncia parola — per dimostrare che quei testi non sono materiale estemporaneo, ma il deposito scritto di un meccanismo comico collaudato in lunga pratica teatrale. La comicità marxiana non poggia sull'intreccio, ridotto a tessuto connettivo tra una gag e l'altra, bensì sul gioco e sul nonsense: la gag vi opera, secondo la definizione di Du Pasquier ripresa dall'autrice, come scarto che tende a restare aperto e a innestarsi a catena. Il contributo ricostruisce poi la genealogia dell'invenzione: i Marx come primi autori del proprio materiale fin dal vaudeville, la funzione decisiva dello zio Al Shean (Home Again) nel fissarne caratteri e dinamiche entro il 1919, e quindi la stratificazione dei collaboratori esterni — Kaufman e Ryskind per gli adattamenti teatrali (Le noci di cocco, Animal Crackers), Perelman e Johnstone per Monkey Business, Kalmar e Ruby per Horse Feathers, fino al lavoro non accreditato di Sheekman. Ne emerge un modello produttivo collettivo, stratificato e in parte sommerso, attraversato dalle difficoltà dell'adattamento cinematografico: l'assenza di una grammatica filmica consolidata, i tagli imposti dalle norme pre-Code, la resistenza dei Marx alla logica divistica hollywoodiana. Sullo sfondo della Grande Depressione e della migrazione da Broadway a Hollywood, Pesce inscrive infine il fenomeno nella fertilità dell'invenzione ebraica secolarizzata riversata nello show business americano (Fink): una produzione mobile, policentrica e trasformabile, di cui i Marx incarnano il carattere non stanziale, intruso e clandestino. Parole chiave: Fratelli Marx, sceneggiatura comica, gag, Performance Studies del comico, adattamento teatrale, sceneggiatori (Kaufman, Perelman, Kalmar e Ruby), diaspora ebraica e show business.
Pesce, S. (2026). Quattro folli sulla pagina. Le prime sceneggiature dei Fratelli Marx. Imola : Cue Press.
Quattro folli sulla pagina. Le prime sceneggiature dei Fratelli Marx
Sara Pesce
2026
Abstract
Il saggio muove da un'apparente aporia — la sceneggiatura di comici anti-logocentrici, in cui Harpo non pronuncia parola — per dimostrare che quei testi non sono materiale estemporaneo, ma il deposito scritto di un meccanismo comico collaudato in lunga pratica teatrale. La comicità marxiana non poggia sull'intreccio, ridotto a tessuto connettivo tra una gag e l'altra, bensì sul gioco e sul nonsense: la gag vi opera, secondo la definizione di Du Pasquier ripresa dall'autrice, come scarto che tende a restare aperto e a innestarsi a catena. Il contributo ricostruisce poi la genealogia dell'invenzione: i Marx come primi autori del proprio materiale fin dal vaudeville, la funzione decisiva dello zio Al Shean (Home Again) nel fissarne caratteri e dinamiche entro il 1919, e quindi la stratificazione dei collaboratori esterni — Kaufman e Ryskind per gli adattamenti teatrali (Le noci di cocco, Animal Crackers), Perelman e Johnstone per Monkey Business, Kalmar e Ruby per Horse Feathers, fino al lavoro non accreditato di Sheekman. Ne emerge un modello produttivo collettivo, stratificato e in parte sommerso, attraversato dalle difficoltà dell'adattamento cinematografico: l'assenza di una grammatica filmica consolidata, i tagli imposti dalle norme pre-Code, la resistenza dei Marx alla logica divistica hollywoodiana. Sullo sfondo della Grande Depressione e della migrazione da Broadway a Hollywood, Pesce inscrive infine il fenomeno nella fertilità dell'invenzione ebraica secolarizzata riversata nello show business americano (Fink): una produzione mobile, policentrica e trasformabile, di cui i Marx incarnano il carattere non stanziale, intruso e clandestino. Parole chiave: Fratelli Marx, sceneggiatura comica, gag, Performance Studies del comico, adattamento teatrale, sceneggiatori (Kaufman, Perelman, Kalmar e Ruby), diaspora ebraica e show business.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



