L’obiettivo della relazione sarà quello di illustrare le procedure contabili che si mettono in atto a poco a poco a partire dalla seconda metà del Trecento nei monasteri di monache toscane, e che riflettono un’organizzazione standardizzata della contabilità e della gestione del patrimonio (al di là del loro riferimento ad ordini religiosi diversi). L’esistenza stessa di questi documenti contabili illustra allo stesso tempo la grande autonomia di gestione di cui beneficiavano le monache e i diversi tipi di controllo a cui erano sottoposte. La procedura si caratterizza: 1) dalla stesura di registri di conti semplici, da parte delle monache stesse. L’ufficio della “borsaia”, il più delle volte, era ricoperto da un binomio di monache; 2) da un controllo periodico (in teoria annuale) da parte dei frati che avevano la giurisdizione spirituale e temporale sulla comunità (nel caso delle mendicanti). L’influenza delle tecniche contabili mercantili appare costante nella documentazione. Non fanno eccezione, nel corso del Quattrocento, l’uso della contabilità doppia e, più in generale, la stesura di una varietà sempre maggiore di registri (registri di debitori e creditori, libri di doti, quaderni vari) che si inserivano in un contesto documentario sempre più complesso (anche se spesso pervenuto solo a frammenti). Al di fuori dei libri di entrate e uscite (sempre redatti dalle sole monache), vediamo spesso le religiose collaborare con i procuratori laici, all’interno di registri ‘misti’. Ed è probabilmente attraverso questi documenti che viene esposta, in maniera implicita ma sicura, un altro tipo di controllo sul patrimonio, ben più saldo di quello dei frati, e cioè quello delle famiglie di origine delle religiose.
Duval, S. (2026). «La gratia di regere et governare la vita nostra». Les comptabilités des moniales florentines à la fin du Moyen Âge. Roma : Viella.
«La gratia di regere et governare la vita nostra». Les comptabilités des moniales florentines à la fin du Moyen Âge
Sylvie Duval
2026
Abstract
L’obiettivo della relazione sarà quello di illustrare le procedure contabili che si mettono in atto a poco a poco a partire dalla seconda metà del Trecento nei monasteri di monache toscane, e che riflettono un’organizzazione standardizzata della contabilità e della gestione del patrimonio (al di là del loro riferimento ad ordini religiosi diversi). L’esistenza stessa di questi documenti contabili illustra allo stesso tempo la grande autonomia di gestione di cui beneficiavano le monache e i diversi tipi di controllo a cui erano sottoposte. La procedura si caratterizza: 1) dalla stesura di registri di conti semplici, da parte delle monache stesse. L’ufficio della “borsaia”, il più delle volte, era ricoperto da un binomio di monache; 2) da un controllo periodico (in teoria annuale) da parte dei frati che avevano la giurisdizione spirituale e temporale sulla comunità (nel caso delle mendicanti). L’influenza delle tecniche contabili mercantili appare costante nella documentazione. Non fanno eccezione, nel corso del Quattrocento, l’uso della contabilità doppia e, più in generale, la stesura di una varietà sempre maggiore di registri (registri di debitori e creditori, libri di doti, quaderni vari) che si inserivano in un contesto documentario sempre più complesso (anche se spesso pervenuto solo a frammenti). Al di fuori dei libri di entrate e uscite (sempre redatti dalle sole monache), vediamo spesso le religiose collaborare con i procuratori laici, all’interno di registri ‘misti’. Ed è probabilmente attraverso questi documenti che viene esposta, in maniera implicita ma sicura, un altro tipo di controllo sul patrimonio, ben più saldo di quello dei frati, e cioè quello delle famiglie di origine delle religiose.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



