Questo volume, scritto dal Professor Inis L. Claude Jr. all’inizio degli anni ’60, rappresenta una ulteriore prova a carico del fatto che la storiografia della disciplina è stata spesso trattata in modo superficiale. In generale, soprattutto grazie al racconto di E. H. Carr nel suo fondamentale The Twenty Years’ Crisis, si descrive una fase iniziale dominata da pensatori «idealisti» o «utopisti» nell’intervallo tra le due guerre, alla quale sarebbe seguito un periodo di dominio «realista» corroborato dal pessimismo scaturito dalla Seconda guerra mondiale e dall’inizio della Guerra fredda. Questa lettura è semplicistica per due motivi. Da un lato, il pensiero internazionalista non è mai stato unanime, né nel periodo prima della Seconda guerra mondiale né nella fase successiva. C’erano importanti pensatori realisti anche durante la cosiddetta fase «idealista», come William T. R. Fox e Nicholas J. Spykman, e Claude si confronta più volte con il loro pensiero. Come poi dimostrano le tesi di Claude stesso e di un altro grande teorico che ha avuto una grande influenza sulle sue idee - Quincy Wright - non erano assenti pensatori che oggi definiremmo «liberali» anche nel cosiddetto periodo di dominio realista. Alcuni autori si erano concentrati su temi specifici, che sarebbero poi riemersi dopo la fine della guerra fredda, come il funzionalismo di Ernst Haas e le «comunità di sicurezza» di Karl Deutsch. Wright avrebbe invece proseguito il lavoro che aveva iniziato a Chicago negli anni ’30, dove era stato poi sostituito da Hans Morgenthau, fondando una scuola di pensiero che si sarebbe misurata, principalmente dalle pagine della rivista Journal of Conflict Resolution, su tutti i temi delle relazioni internazionali. Dall’altro lato, parte del libro di Claude si dilunga sulla dimostrazione del fatto che i liberali agli albori della disciplina non erano degli utopisti, e che si ponevano invece con tenace determinazione il problema della guerra e del controllo del potere militare. Dopo le inaspettate sofferenze della Prima guerra mondiale, era più la disperazione che l’ottimismo a motivare le ipotesi liberali. In particolare, l’autore comincia il suo saggio con una confutazione del pacifismo, a causa del fatto che «è solo realistico riconoscere che la maggior parte degli uomini ritiene alcune cose più preziose della pace o della sopravvivenza» (p. 4). Abbandonare la ricerca di ogni valore in nome della pace potrebbe addirittura essere controproducente in quanto si potrebbero incoraggiare ricatti ed estorsioni da parte di chi non intende abbandonare l’uso della forza. Il problema del potere non può quindi essere eliminato, ma solo «controllato» (p. 6). Più volte viene ricordato come il fine della politica sia proprio quello di trovare forme di conciliazione tra interessi divergenti.

Inis Claude: Le soluzioni istituzionali

ANDREATTA, FILIPPO
2011

Abstract

Questo volume, scritto dal Professor Inis L. Claude Jr. all’inizio degli anni ’60, rappresenta una ulteriore prova a carico del fatto che la storiografia della disciplina è stata spesso trattata in modo superficiale. In generale, soprattutto grazie al racconto di E. H. Carr nel suo fondamentale The Twenty Years’ Crisis, si descrive una fase iniziale dominata da pensatori «idealisti» o «utopisti» nell’intervallo tra le due guerre, alla quale sarebbe seguito un periodo di dominio «realista» corroborato dal pessimismo scaturito dalla Seconda guerra mondiale e dall’inizio della Guerra fredda. Questa lettura è semplicistica per due motivi. Da un lato, il pensiero internazionalista non è mai stato unanime, né nel periodo prima della Seconda guerra mondiale né nella fase successiva. C’erano importanti pensatori realisti anche durante la cosiddetta fase «idealista», come William T. R. Fox e Nicholas J. Spykman, e Claude si confronta più volte con il loro pensiero. Come poi dimostrano le tesi di Claude stesso e di un altro grande teorico che ha avuto una grande influenza sulle sue idee - Quincy Wright - non erano assenti pensatori che oggi definiremmo «liberali» anche nel cosiddetto periodo di dominio realista. Alcuni autori si erano concentrati su temi specifici, che sarebbero poi riemersi dopo la fine della guerra fredda, come il funzionalismo di Ernst Haas e le «comunità di sicurezza» di Karl Deutsch. Wright avrebbe invece proseguito il lavoro che aveva iniziato a Chicago negli anni ’30, dove era stato poi sostituito da Hans Morgenthau, fondando una scuola di pensiero che si sarebbe misurata, principalmente dalle pagine della rivista Journal of Conflict Resolution, su tutti i temi delle relazioni internazionali. Dall’altro lato, parte del libro di Claude si dilunga sulla dimostrazione del fatto che i liberali agli albori della disciplina non erano degli utopisti, e che si ponevano invece con tenace determinazione il problema della guerra e del controllo del potere militare. Dopo le inaspettate sofferenze della Prima guerra mondiale, era più la disperazione che l’ottimismo a motivare le ipotesi liberali. In particolare, l’autore comincia il suo saggio con una confutazione del pacifismo, a causa del fatto che «è solo realistico riconoscere che la maggior parte degli uomini ritiene alcune cose più preziose della pace o della sopravvivenza» (p. 4). Abbandonare la ricerca di ogni valore in nome della pace potrebbe addirittura essere controproducente in quanto si potrebbero incoraggiare ricatti ed estorsioni da parte di chi non intende abbandonare l’uso della forza. Il problema del potere non può quindi essere eliminato, ma solo «controllato» (p. 6). Più volte viene ricordato come il fine della politica sia proprio quello di trovare forme di conciliazione tra interessi divergenti.
Le grandi opere delle relazioni internazionali
107
126
F. Andreatta
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