Nel pubblicare nel 1972 sulla rivista «Rinascimento» l’edizione critica dell’Autobiografia di Leon Battista Alberti, Riccardo Fubini e Anna Menci Gallorini affermavano che questo testo fosse «concordemente riconosciuto come frammentario»: qualcosa a metà tra un «profilo biografico» e una «caratterizzazione dell’uomo» (Fubini-Menci Gallorini 1972). I due studiosi ipotizzavano che non si trattasse «di un difetto della trasmissione manoscritta», quanto di «un lavoro lasciato dall'autore, forse non senza volontaria civetteria, allo stato di abbozzo»: una tesi già proposta da Watkins (1989), che aveva parlato di «raugh draft». Tra le ragioni addotte dai due filologi a sostegno della loro tesi l’omissione della «rituale presentazione del personaggio e della famiglia, secondo lo schema della biografia classica»: una scelta che potrebbe invece essere stata l’unica possibile, a causa alla nascita illegittima dell’autore (Boschetto 2004, Marsh 2012). La problematica struttura sottesa a questo testo può essere chiarita da una suddivisione in sei ideali capitoli: tra questi, quelli dedicati ai «Sayings» (Marsh 2007), che indubbiamente presentano una minore politezza rispetto allo stile alto e levigato della prima parte. L’apparente atipicità dovuta alla presenza dei paragrafi apoftegmatici nell’ultima parte della biografia risulta più comprensibile se si considera che «all autobiographies are distinguished by inconclusive endings, unless they are supplemented by a posthumous appendix» (Marsh 2007). Sul progressivo ‘sfilacciarsi’ dello stile albertiano nella Vita, inoltre, si è ben espressa Loredana Chines (2012) definendo gli ultimi paragrafi «schegge sentenziose ed enigmatiche… gemme fulminanti della sua scrittura “breve”». È la stessa studiosa a evidenziare il «carattere frammentario, quasi d’incompiuto» (corsivo nostro) che si apre «di continuo a nuove digressioni, con alcuni movimenti oscillatori, e a tratti ripetitivi». Il proposito di questo contributo è quello di restituire pienamente a una consapevole scelta stilistica autoriale – da porsi in relazione al rifiuto albertiano dell’esasperazione del labor limae – tutti quei tratti stilistici e formali che erano stati associati a una presunta incompiutezza dell’opera.
Padova, A. (2025). Testo mutilo o consapevole scelta stilistica autoriale Sulla presunta incompiutezza della Leonis Baptistae De Albertis Vita. Roma : Carocci editore.
Testo mutilo o consapevole scelta stilistica autoriale Sulla presunta incompiutezza della Leonis Baptistae De Albertis Vita
Andrea Padova
2025
Abstract
Nel pubblicare nel 1972 sulla rivista «Rinascimento» l’edizione critica dell’Autobiografia di Leon Battista Alberti, Riccardo Fubini e Anna Menci Gallorini affermavano che questo testo fosse «concordemente riconosciuto come frammentario»: qualcosa a metà tra un «profilo biografico» e una «caratterizzazione dell’uomo» (Fubini-Menci Gallorini 1972). I due studiosi ipotizzavano che non si trattasse «di un difetto della trasmissione manoscritta», quanto di «un lavoro lasciato dall'autore, forse non senza volontaria civetteria, allo stato di abbozzo»: una tesi già proposta da Watkins (1989), che aveva parlato di «raugh draft». Tra le ragioni addotte dai due filologi a sostegno della loro tesi l’omissione della «rituale presentazione del personaggio e della famiglia, secondo lo schema della biografia classica»: una scelta che potrebbe invece essere stata l’unica possibile, a causa alla nascita illegittima dell’autore (Boschetto 2004, Marsh 2012). La problematica struttura sottesa a questo testo può essere chiarita da una suddivisione in sei ideali capitoli: tra questi, quelli dedicati ai «Sayings» (Marsh 2007), che indubbiamente presentano una minore politezza rispetto allo stile alto e levigato della prima parte. L’apparente atipicità dovuta alla presenza dei paragrafi apoftegmatici nell’ultima parte della biografia risulta più comprensibile se si considera che «all autobiographies are distinguished by inconclusive endings, unless they are supplemented by a posthumous appendix» (Marsh 2007). Sul progressivo ‘sfilacciarsi’ dello stile albertiano nella Vita, inoltre, si è ben espressa Loredana Chines (2012) definendo gli ultimi paragrafi «schegge sentenziose ed enigmatiche… gemme fulminanti della sua scrittura “breve”». È la stessa studiosa a evidenziare il «carattere frammentario, quasi d’incompiuto» (corsivo nostro) che si apre «di continuo a nuove digressioni, con alcuni movimenti oscillatori, e a tratti ripetitivi». Il proposito di questo contributo è quello di restituire pienamente a una consapevole scelta stilistica autoriale – da porsi in relazione al rifiuto albertiano dell’esasperazione del labor limae – tutti quei tratti stilistici e formali che erano stati associati a una presunta incompiutezza dell’opera.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



