Il contributo affronta il tema della gestione del rischio nelle aree archeologiche alla luce degli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici, proponendo alcune riflessioni maturate nell’ambito di ricerche in corso presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna. Sebbene il cambiamento climatico sia oggetto di dibattito internazionale da oltre trent’anni, solo a partire dal 2006 l’UNESCO lo ha formalmente riconosciuto come minaccia per il patrimonio mondiale culturale e naturale. In Italia, l’aumento delle temperature massime, la maggiore siccità dell’aria, l’intensificazione delle precipitazioni e la crescente frequenza di eventi estremi stanno amplificando il rischio idrogeologico, con impatti significativi sui siti archeologici. Il patrimonio archeologico, spesso costituito da manufatti allo stato di rudere e strettamente connesso ai contesti ambientali e morfologici in cui si colloca, è riconosciuto come risorsa fragile e non rinnovabile. La sua vulnerabilità, intrinseca o acquisita, deriva dall’incompletezza materica, dalla lunga durata dei processi di scavo e restauro e dalla continua interazione con suolo, acque, vegetazione e microclima. I danni possono manifestarsi in forma immediata, in seguito a eventi calamitosi, oppure in modo progressivo, attraverso processi di degrado chimico-fisico o meccanismi indotti da condizioni termo-igrometriche mutate. Il contributo sottolinea come la definizione di strategie credibili di mitigazione e prevenzione richieda una conoscenza complessa e multidisciplinare, fondata sull’integrazione tra dati climatici, analisi geomorfologiche, studio dei materiali e delle tecniche costruttive, storia degli scavi e dei restauri, nonché valutazione della struttura vegetale e delle infrastrutture idrauliche antiche e moderne. Strumenti come la piattaforma nazionale IDROGEO e le linee guida UNESCO per la riduzione del rischio offrono quadri metodologici utili, ma risultano ancora scarsamente recepiti nei Piani di Gestione di molti siti iscritti nella World Heritage List. Particolare attenzione è dedicata al tema della prevenzione e della manutenzione programmata quale prima linea di difesa, secondo un approccio adattivo e dinamico che riconosca il mutamento come condizione strutturale del patrimonio. Attraverso l’analisi di tre casi studio dell’Italia centrale (Populonia-Baratti, Suasa, Claterna), colpiti da eventi meteorologici estremi, la ricerca mette in luce criticità operative e carenze sistemiche nella gestione dell’emergenza e nel monitoraggio a lungo termine, evidenziando la necessità di protocolli condivisi e di una più stretta collaborazione tra archeologi, restauratori, tecnici e protezione civile. In conclusione, si propone un cambio di paradigma culturale e operativo che superi logiche episodiche di intervento a favore di strategie periodiche e sistemiche, capaci di integrare conservazione, adattamento e resilienza. Solo attraverso una gestione consapevole, fondata su conoscenza, prevenzione e cura continua, sarà possibile garantire la trasmissione al futuro di un patrimonio archeologico riconosciuto come bene comune fragile e in costante trasformazione.
Ugolini, A. (2025). Cambiamenti climatici e gestione del rischio nelle aree archeologiche. Riflessioni a margine di una ricerca. Roma : GBE / Ginevra Bentivoglio EditoriA.
Cambiamenti climatici e gestione del rischio nelle aree archeologiche. Riflessioni a margine di una ricerca
andrea ugolini
2025
Abstract
Il contributo affronta il tema della gestione del rischio nelle aree archeologiche alla luce degli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici, proponendo alcune riflessioni maturate nell’ambito di ricerche in corso presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna. Sebbene il cambiamento climatico sia oggetto di dibattito internazionale da oltre trent’anni, solo a partire dal 2006 l’UNESCO lo ha formalmente riconosciuto come minaccia per il patrimonio mondiale culturale e naturale. In Italia, l’aumento delle temperature massime, la maggiore siccità dell’aria, l’intensificazione delle precipitazioni e la crescente frequenza di eventi estremi stanno amplificando il rischio idrogeologico, con impatti significativi sui siti archeologici. Il patrimonio archeologico, spesso costituito da manufatti allo stato di rudere e strettamente connesso ai contesti ambientali e morfologici in cui si colloca, è riconosciuto come risorsa fragile e non rinnovabile. La sua vulnerabilità, intrinseca o acquisita, deriva dall’incompletezza materica, dalla lunga durata dei processi di scavo e restauro e dalla continua interazione con suolo, acque, vegetazione e microclima. I danni possono manifestarsi in forma immediata, in seguito a eventi calamitosi, oppure in modo progressivo, attraverso processi di degrado chimico-fisico o meccanismi indotti da condizioni termo-igrometriche mutate. Il contributo sottolinea come la definizione di strategie credibili di mitigazione e prevenzione richieda una conoscenza complessa e multidisciplinare, fondata sull’integrazione tra dati climatici, analisi geomorfologiche, studio dei materiali e delle tecniche costruttive, storia degli scavi e dei restauri, nonché valutazione della struttura vegetale e delle infrastrutture idrauliche antiche e moderne. Strumenti come la piattaforma nazionale IDROGEO e le linee guida UNESCO per la riduzione del rischio offrono quadri metodologici utili, ma risultano ancora scarsamente recepiti nei Piani di Gestione di molti siti iscritti nella World Heritage List. Particolare attenzione è dedicata al tema della prevenzione e della manutenzione programmata quale prima linea di difesa, secondo un approccio adattivo e dinamico che riconosca il mutamento come condizione strutturale del patrimonio. Attraverso l’analisi di tre casi studio dell’Italia centrale (Populonia-Baratti, Suasa, Claterna), colpiti da eventi meteorologici estremi, la ricerca mette in luce criticità operative e carenze sistemiche nella gestione dell’emergenza e nel monitoraggio a lungo termine, evidenziando la necessità di protocolli condivisi e di una più stretta collaborazione tra archeologi, restauratori, tecnici e protezione civile. In conclusione, si propone un cambio di paradigma culturale e operativo che superi logiche episodiche di intervento a favore di strategie periodiche e sistemiche, capaci di integrare conservazione, adattamento e resilienza. Solo attraverso una gestione consapevole, fondata su conoscenza, prevenzione e cura continua, sarà possibile garantire la trasmissione al futuro di un patrimonio archeologico riconosciuto come bene comune fragile e in costante trasformazione.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


