Il saggio indaga la genealogia della patologizzazione del femminile nella cultura occidentale e ne analizza la decostruzione nella poesia delle donne del Novecento e del contemporaneo. Muovendo dalle acquisizioni teoriche di Susan Sontag in Malattia come metafora e di Georges Canguilhem ne Il normale e il patologico, lette alla luce della metodologia genealogica di Michel Foucault, il contributo ricostruisce il processo di naturalizzazione scientifica dell’“inferiorità” femminile tra positivismo, psichiatria e antropologia criminale. Tale dispositivo discorsivo, lungi dall’esaurirsi nell’Ottocento, ha inciso profondamente sulle pratiche di medicalizzazione e controllo dei corpi e delle soggettività femminili. Su questo sfondo teorico, l’analisi si concentra sulle strategie testuali attraverso cui la poesia femminile trasforma la malattia da stigma in dispositivo critico e formale. Attraverso un confronto tra Amelia Rosselli e Antonella Anedda, il saggio mostra come la rappresentazione del corpo frammentato o liminale divenga luogo di resistenza simbolica e di ridefinizione del soggetto lirico. La patologizzazione storica del femminile si rivela così non solo tema, ma matrice formale di un discorso poetico eccentrico, capace di incrinare le categorie normative e di articolare una soggettività consapevolmente “altra” in un senso relazionale e non essenzialista.
Ciaco, M. (2026). «Il corpo è solo un tetto». Esposizione e decostruzione del patologico nella poesia delle donne.. Bologna : Persiani.
«Il corpo è solo un tetto». Esposizione e decostruzione del patologico nella poesia delle donne.
Marilina Ciaco
2026
Abstract
Il saggio indaga la genealogia della patologizzazione del femminile nella cultura occidentale e ne analizza la decostruzione nella poesia delle donne del Novecento e del contemporaneo. Muovendo dalle acquisizioni teoriche di Susan Sontag in Malattia come metafora e di Georges Canguilhem ne Il normale e il patologico, lette alla luce della metodologia genealogica di Michel Foucault, il contributo ricostruisce il processo di naturalizzazione scientifica dell’“inferiorità” femminile tra positivismo, psichiatria e antropologia criminale. Tale dispositivo discorsivo, lungi dall’esaurirsi nell’Ottocento, ha inciso profondamente sulle pratiche di medicalizzazione e controllo dei corpi e delle soggettività femminili. Su questo sfondo teorico, l’analisi si concentra sulle strategie testuali attraverso cui la poesia femminile trasforma la malattia da stigma in dispositivo critico e formale. Attraverso un confronto tra Amelia Rosselli e Antonella Anedda, il saggio mostra come la rappresentazione del corpo frammentato o liminale divenga luogo di resistenza simbolica e di ridefinizione del soggetto lirico. La patologizzazione storica del femminile si rivela così non solo tema, ma matrice formale di un discorso poetico eccentrico, capace di incrinare le categorie normative e di articolare una soggettività consapevolmente “altra” in un senso relazionale e non essenzialista.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


