Se è vero che ogni discorso sul cibo è un discorso sulla vita, che il nostro atteggiamento nei confronti del mangiare è lo specchio di ciò che pensiamo di noi stessi, degli altri, del mondo in cui ci tocca vivere, come si articola questo discorso quando si parla di esclusione sociale? Le persone che dispongono di risorse (economiche, relazionali, culturali) limitate riescono a parlare di sé attraverso il cibo che consumano o si lasciano da esso “parlare”? Quale significato e valore assume il cibo nella loro vita quotidiana? In altre parole, per quanti sono costretti a fronteggiare quotidianamente il bisogno, il consumo di cibo è unicamente funzionale a “riempirsi la pancia” o rimane anche in relazione con la costruzione dell’identità individuale e sociale? E che ruolo gioca in tutto questo lo stigma sociale? Come è noto, Goffman (2003) ha individuato tre tipi di stigma: «al primo posto stanno le deformazioni fisiche; al secondo aspetti criticabili del carattere che vengono percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà. Tali aspetti sono dedotti, per esempio, dalla conoscenza di malattie mentali, condanne penali, uso abituale di stupefacenti, alcolismo, omosessualità, disoccupazione, tentativi di suicidio e comportamento politico radicale. Infine, ci sono gli stigmi tribali della razza, della nazione, della religione, che possono essere trasmessi di generazione in generazione e contaminare in egual misura tutti i membri di una famiglia» (pp. 14-15). Lo stigma sociale rispetto al quale sono particolarmente vulnerabili le persone che gravitano nei luoghi dove si è concentrata la nostra ricerca rientra nella seconda tipologia. Il frequentare una mensa per i poveri può essere considerata, infatti, la traccia di una biografia sconveniente che rimanda a tratti caratteriali criticabili, a comportamenti socialmente disdicevoli, come l’uso abituale di stupefacenti e di alcol o l’essere disoccupati. Ciò che ai fini della nostra ricerca appare interessante capire è come lo stigma venga percepito da queste persone e in che misura questa percezione influisca sulla definizione della loro identità, nonché sulla relazione che si instaura con gli operatori delle strutture e con gli altri fruitori. Sono questi gli obiettivi conoscitivi che hanno accompagnato la stesura di questo capitolo, frutto dell’analisi delle informazioni raccolte tramite le osservazioni all’interno delle tre strutture e le interviste in profondità a responsabili, operatori e fruitori, con particolare attenzione alle sezioni riguardanti le dimensioni simboliche e relazionali del cibo.

Oltre il valore nutrizionale

MUSARO', PIERLUIGI;PARMIGGIANI, PAOLA
2011

Abstract

Se è vero che ogni discorso sul cibo è un discorso sulla vita, che il nostro atteggiamento nei confronti del mangiare è lo specchio di ciò che pensiamo di noi stessi, degli altri, del mondo in cui ci tocca vivere, come si articola questo discorso quando si parla di esclusione sociale? Le persone che dispongono di risorse (economiche, relazionali, culturali) limitate riescono a parlare di sé attraverso il cibo che consumano o si lasciano da esso “parlare”? Quale significato e valore assume il cibo nella loro vita quotidiana? In altre parole, per quanti sono costretti a fronteggiare quotidianamente il bisogno, il consumo di cibo è unicamente funzionale a “riempirsi la pancia” o rimane anche in relazione con la costruzione dell’identità individuale e sociale? E che ruolo gioca in tutto questo lo stigma sociale? Come è noto, Goffman (2003) ha individuato tre tipi di stigma: «al primo posto stanno le deformazioni fisiche; al secondo aspetti criticabili del carattere che vengono percepiti come mancanza di volontà, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonestà. Tali aspetti sono dedotti, per esempio, dalla conoscenza di malattie mentali, condanne penali, uso abituale di stupefacenti, alcolismo, omosessualità, disoccupazione, tentativi di suicidio e comportamento politico radicale. Infine, ci sono gli stigmi tribali della razza, della nazione, della religione, che possono essere trasmessi di generazione in generazione e contaminare in egual misura tutti i membri di una famiglia» (pp. 14-15). Lo stigma sociale rispetto al quale sono particolarmente vulnerabili le persone che gravitano nei luoghi dove si è concentrata la nostra ricerca rientra nella seconda tipologia. Il frequentare una mensa per i poveri può essere considerata, infatti, la traccia di una biografia sconveniente che rimanda a tratti caratteriali criticabili, a comportamenti socialmente disdicevoli, come l’uso abituale di stupefacenti e di alcol o l’essere disoccupati. Ciò che ai fini della nostra ricerca appare interessante capire è come lo stigma venga percepito da queste persone e in che misura questa percezione influisca sulla definizione della loro identità, nonché sulla relazione che si instaura con gli operatori delle strutture e con gli altri fruitori. Sono questi gli obiettivi conoscitivi che hanno accompagnato la stesura di questo capitolo, frutto dell’analisi delle informazioni raccolte tramite le osservazioni all’interno delle tre strutture e le interviste in profondità a responsabili, operatori e fruitori, con particolare attenzione alle sezioni riguardanti le dimensioni simboliche e relazionali del cibo.
Spazi di negoziazione. Povertà urbane e consumi alimentari.
127
145
P. Musarò; P. Parmiggiani
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