Possiamo vedere la medicalizzazione come un processo che può compiersi lungo almeno una delle seguenti dimensioni. Conrad [1996: 139] propone infatti di distinguere tra almeno tre usi del termine: quello concettuale, quello istituzionale e quello interazionale. Si ha medicalizzazione concettuale quando si utilizza il linguaggio medico per definire qualcosa che medico non è; si ha medicalizzazione istituzionale quando il medico ha il potere di controllare e dirigere segmenti organizzativi in cui vi è anche personale non medico (è la dominanza professionale di Freidson); si ha medicalizzazione interazionale quando in un rapporto medico/paziente un problema sociale viene ridefinito, grazie alla conoscenza medica, come problema medico. Sinteticamente, potremmo dire che la medicalizzazione è quel processo che definisce un aspetto della vita con categorie mediche, un aspetto che fino a quel momento non era così categorizzato. Delle tre definizioni proposte da Conrad a me interessano la prima e la terza, la seconda è infatti coincidente con la dominanza medica – tanto vale usare quel termine e non moltiplicare gli enti… La dominanza medica di Freidson riguarda il potere dei medici di controllare o per le meno influenzare le seguenti dimensioni: gli aspetti organizzativi dell’erogazione delle cure; gli aspetti formativi riguardo ai curricula degli erogatori delle cure e gli aspetti relativi alle gerarchie tra professioni sanitarie. Gli autori che stanno alla base delle teorie di oggi sulla medicalizzazione sono sostanzialmente due: Illich e Foucault. Illich vede la classe medica come un’istituzione che controlla molte dimensioni della vita quotidiana e che invece che produrre salute produce malattia. Dice infatti che le malattie sono iatrogeniche, ovvero sono prodotte dalle cure e dai curatori – filologicamente. Che significa questa affermazione così contro-intuitiva? Significa che la medicina è causa di errori medici e che l’organizzazione sociale della medicina produce malattia (iatrogenesi clinica); che la medicina de-politicizza perché trasforma problemi sociali in problemi biologici (iatrogenesi sociale) e che la medicina rende le persone dipendenti dalle cure perché patologizza aspetti normali della vita, si veda ad esempio la tendenza a non sopportare il dolore o la trsitezza (iatrogenesi culturale). Come possiamo notare, benché “classico”, Illich non sfigura tra coloro in grado di fare una diagnosi del nostro tempo – trenta cinque anni dopo Nemesi medica. Foucault è implicato nel discorso sulla medicina in innumerevoli occasioni. Per quel che riguarda i nostri intenti di oggi voglio citare solo tre modi di collocare Foucault nella medicalizzazione. La prima modalità riguarda lo slittamento del potere da verticale a diffuso e obliquo. Si passa dal potere del sovrano di dare la morte, dall’alto al basso, al potere/dovere dello Stato di sostenere e promuovere la vita (produttiva) attraverso (anche) il welfare. Icasticamente: dall’individuo assoggettato al potere al soggetto attraversato dal (bio)potere. Ciò porta, e siamo al secondo punto, alla necessità di conoscere il soggetto. Di osservarlo, monitorarlo e controllarlo. Si costruiscono enormi quantità di dati su di lui/lei e si concepiscono meccanismi di controllo e regimi disciplinari: sulla sessualità e sull’igiene; Ma la medicalizzazione di Foucault, al contrario di quella di Illich, si perpetua anche nelle pratiche demedicalizzanti perché come scrive Mori [2009: 94] “Foucault mostra come tutti i tentativi di immaginare politiche di freno alla crescente medicalizzazione della società siano paradossalmente destinati a rovesciarsi nel loro contrario, ossia in fattori in grado di accrescerne il potere. E questo perché gli unici parametri, i soli regimi veritativi in cui si accetta di valutare le iniziative demedicalizzanti, continuano ad essere di natura strettamente medica”. Così, per esempio, le qualità di progetti di deistituzionalizzazione dei malati, di preve...

La medicalizzazione della normalità nella società bionica: quali rischi?

MATURO, ANTONIO FRANCESCO
2010

Abstract

Possiamo vedere la medicalizzazione come un processo che può compiersi lungo almeno una delle seguenti dimensioni. Conrad [1996: 139] propone infatti di distinguere tra almeno tre usi del termine: quello concettuale, quello istituzionale e quello interazionale. Si ha medicalizzazione concettuale quando si utilizza il linguaggio medico per definire qualcosa che medico non è; si ha medicalizzazione istituzionale quando il medico ha il potere di controllare e dirigere segmenti organizzativi in cui vi è anche personale non medico (è la dominanza professionale di Freidson); si ha medicalizzazione interazionale quando in un rapporto medico/paziente un problema sociale viene ridefinito, grazie alla conoscenza medica, come problema medico. Sinteticamente, potremmo dire che la medicalizzazione è quel processo che definisce un aspetto della vita con categorie mediche, un aspetto che fino a quel momento non era così categorizzato. Delle tre definizioni proposte da Conrad a me interessano la prima e la terza, la seconda è infatti coincidente con la dominanza medica – tanto vale usare quel termine e non moltiplicare gli enti… La dominanza medica di Freidson riguarda il potere dei medici di controllare o per le meno influenzare le seguenti dimensioni: gli aspetti organizzativi dell’erogazione delle cure; gli aspetti formativi riguardo ai curricula degli erogatori delle cure e gli aspetti relativi alle gerarchie tra professioni sanitarie. Gli autori che stanno alla base delle teorie di oggi sulla medicalizzazione sono sostanzialmente due: Illich e Foucault. Illich vede la classe medica come un’istituzione che controlla molte dimensioni della vita quotidiana e che invece che produrre salute produce malattia. Dice infatti che le malattie sono iatrogeniche, ovvero sono prodotte dalle cure e dai curatori – filologicamente. Che significa questa affermazione così contro-intuitiva? Significa che la medicina è causa di errori medici e che l’organizzazione sociale della medicina produce malattia (iatrogenesi clinica); che la medicina de-politicizza perché trasforma problemi sociali in problemi biologici (iatrogenesi sociale) e che la medicina rende le persone dipendenti dalle cure perché patologizza aspetti normali della vita, si veda ad esempio la tendenza a non sopportare il dolore o la trsitezza (iatrogenesi culturale). Come possiamo notare, benché “classico”, Illich non sfigura tra coloro in grado di fare una diagnosi del nostro tempo – trenta cinque anni dopo Nemesi medica. Foucault è implicato nel discorso sulla medicina in innumerevoli occasioni. Per quel che riguarda i nostri intenti di oggi voglio citare solo tre modi di collocare Foucault nella medicalizzazione. La prima modalità riguarda lo slittamento del potere da verticale a diffuso e obliquo. Si passa dal potere del sovrano di dare la morte, dall’alto al basso, al potere/dovere dello Stato di sostenere e promuovere la vita (produttiva) attraverso (anche) il welfare. Icasticamente: dall’individuo assoggettato al potere al soggetto attraversato dal (bio)potere. Ciò porta, e siamo al secondo punto, alla necessità di conoscere il soggetto. Di osservarlo, monitorarlo e controllarlo. Si costruiscono enormi quantità di dati su di lui/lei e si concepiscono meccanismi di controllo e regimi disciplinari: sulla sessualità e sull’igiene; Ma la medicalizzazione di Foucault, al contrario di quella di Illich, si perpetua anche nelle pratiche demedicalizzanti perché come scrive Mori [2009: 94] “Foucault mostra come tutti i tentativi di immaginare politiche di freno alla crescente medicalizzazione della società siano paradossalmente destinati a rovesciarsi nel loro contrario, ossia in fattori in grado di accrescerne il potere. E questo perché gli unici parametri, i soli regimi veritativi in cui si accetta di valutare le iniziative demedicalizzanti, continuano ad essere di natura strettamente medica”. Così, per esempio, le qualità di progetti di deistituzionalizzazione dei malati, di preve...
Salute e Salvezza. i confini mobili tra sfere della vita
83
95
A. Maturo
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