Una espressione apodittica pronunciata da Vincenzo Scamozzi all’alba di quel secolo, il Seicento, che avrebbe conosciuto le prime esperienze scientifiche sulla resistenza dei materiali, risuonava come un monito per i costruttori impegnati a mettere in opera mattoni, pietre, legni: “non è molto lodevole che l’Architetto tenti di far violenza alla materia” . Quel monito era poi diventato, grazie al contributo decisivo di Carlo Lodoli alla metà del Settecento, il nuovo principio per distruggere il criterio della imitazione che aveva condannato, secondo la favola di Vitruvio, la pietra e il marmo a prendere il posto del legno senza mutarne le forme. Nei primi anni del Duemila gli artisti si inoltrano nei territori dell’imprevedibile comportamento di quella materia che la scienza della resistenza e la teoria dell’architettura avevano indicato come perfetto sulla base di sempre più rigorosi parametri di un suo impiego logico nella costruzione. La scoperta appare sorprendente per gli specialisti della costruzione perché mostra la materia in uno stato che rifugge nella sostanza da tutti i principi logici che erano stati fissati nell’arco di secoli. Un nutrito gruppo di artisti si dedica all’indagine sulla natura del calcestruzzo con una sistematicità e con risultati espressivi che sembrano assumere i tratti di esperienze sulla resistenza della materia di una scienza dai parametri diversi da quella nota, oppure hanno il carattere di opere edili allestite nelle sale delle gallerie, come se vi fosse in corso un cantiere di cui non si riesce però a riconoscere la logica pratica. Brian O’Connell, Charles Harlan, Christoph Weber, Kilian Rüthemann e Karsten Födinger sono tra i principali artisti a studiare il calcestruzzo secondo criteri riconducibili alle esperienze pionieristiche degli anni Sessanta e ad inoltrarsi nei territori sconosciuti dischiusi dal far violenza al calcestruzzo.

Faire violence à la matière : les sculptures de O’Connell, Harlan, Weber, Rüthemann et Födinger

Anna Rosellini
2020

Abstract

Una espressione apodittica pronunciata da Vincenzo Scamozzi all’alba di quel secolo, il Seicento, che avrebbe conosciuto le prime esperienze scientifiche sulla resistenza dei materiali, risuonava come un monito per i costruttori impegnati a mettere in opera mattoni, pietre, legni: “non è molto lodevole che l’Architetto tenti di far violenza alla materia” . Quel monito era poi diventato, grazie al contributo decisivo di Carlo Lodoli alla metà del Settecento, il nuovo principio per distruggere il criterio della imitazione che aveva condannato, secondo la favola di Vitruvio, la pietra e il marmo a prendere il posto del legno senza mutarne le forme. Nei primi anni del Duemila gli artisti si inoltrano nei territori dell’imprevedibile comportamento di quella materia che la scienza della resistenza e la teoria dell’architettura avevano indicato come perfetto sulla base di sempre più rigorosi parametri di un suo impiego logico nella costruzione. La scoperta appare sorprendente per gli specialisti della costruzione perché mostra la materia in uno stato che rifugge nella sostanza da tutti i principi logici che erano stati fissati nell’arco di secoli. Un nutrito gruppo di artisti si dedica all’indagine sulla natura del calcestruzzo con una sistematicità e con risultati espressivi che sembrano assumere i tratti di esperienze sulla resistenza della materia di una scienza dai parametri diversi da quella nota, oppure hanno il carattere di opere edili allestite nelle sale delle gallerie, come se vi fosse in corso un cantiere di cui non si riesce però a riconoscere la logica pratica. Brian O’Connell, Charles Harlan, Christoph Weber, Kilian Rüthemann e Karsten Födinger sono tra i principali artisti a studiare il calcestruzzo secondo criteri riconducibili alle esperienze pionieristiche degli anni Sessanta e ad inoltrarsi nei territori sconosciuti dischiusi dal far violenza al calcestruzzo.
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Anna Rosellini
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